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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

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storie di donne

Amina

Nel fondo di una vecchia cassapanca di legno dal colore azzurro-mare, insieme a vecchi maglioni di lana infeltrita, ho trovato una scatola di latta.
Devi sapere che è una di quelle vecchie scatole che una volta si usavano per contenere biscotti. E’ gialla con dei fiori rossi sul coperchio, un bordo dorato tutt’intorno.
L’ho aperta e dentro, immerse nell’odore di zucchero e vaniglia, ha mantenuto segrete vecchie foto e fiori di campo essiccati.
Ho guardato le foto e le ho tenute tra le mani, e anche i fiori, piccole margherite dalla forma schiacciata.
Ho annusato il prato dove erano state colte oramai, due vite fa.
Un tuffo, nel fieno che odorava di mentuccia e una corsa leggera in  quel campo.
Mi sono lasciata scaldare dal sole che infiammava i visi ed i cuori, e portare in volo dalla brezza che  sussurrava  grandi imprese da vivere.
Ho pensato al tempo, al tempo passato ed il cuore si è gonfiato di malinconia.
Il tempo, che ora mi è nemico, allora lo sentivo alleato.
In una scatola di ricordi troppo piena, oggi ho trovato la nostalgia.
L’ho avvolta intorno al collo come un foulard.
Vicina al cuore e al naso,  per sentirne
l’odore ogni tanto. Per farmi tenere compagnia, quando la solitudine bussa alla porta.
Per portarla a spasso, orgogliosa di averla come amica.
La scatola poi, l’ho richiusa delicatamente e posta di nuovo sul fondo del baule.
Se vuoi, puoi cercarla anche tu. 
Forse potrebbe ricordarti qualcosa, chissà.

Emanuela 

Emma

Il treno che mi riporta a casa sta correndo sui binari. Dal finestrino vedo fuggire  alberi, case e montagne. Si allontanano così velocemente, che quasi non riesco a distinguere le une dalle altre.
Sono stanca e un po’ assonnata. La mia vicina, seduta accanto a me lascia squillare a lungo il suo smartphone. Lo prende, lo gira, lo guarda  e lo posa sul tavolinetto di fronte. A quanto pare non intende rispondere. È curata nell’abbigliamento e profuma di pulito. Ha capelli lunghi e neri che le cadono ordinatamente sulle spalle, belle mani affusolate ed abbronzate. 
All’ anulare sinistro risalta un cerchio dorato fermato da un solitario. 
Penso che sto tornando. Sono contenta. Finalmente riprendo le mie vecchie e rassicuranti abitudini ed è bello sapere che ho un luogo che mi aspetta.
Due giorni rubati. Due giorni per pensare a me, rifare il punto.  Avrei potuto pensare di più, riflettere, riorganizzare la mente, tuttavia non l’ho fatto.
Non ho voluto farlo. Ho fermato la mente. Ad un tratto, più niente. Ora non sento più niente.
Il vuoto. 
Ho smesso di sentire  il turbine che porto dentro. Il mare in tempesta, delle emozioni contrastanti, che in questi mesi mi ha travolta, ora si è placato.
La mia vicina mi comunica il suo disappunto per un treno asfissiante. Le sorrido distrattamente. Guardo fuori. Il telefono squilla di nuovo. Ancora, lascia che suoni  inesorabilmente. Questa volta neanche lo guarda.
Io continuo il mio viaggio. Gli alberi  corrono, mi salutano. Io li guardo e li lascio fare. A tratti chiudo gli occhi. Decido di lasciare andare. Lascio andare il paesaggio con le sue case, le montagne, le stazioni e le gallerie. I binari vuoti ed immobili, sempre fermi allo stesso punto. Paralleli al mio viaggio. Tutti uguali. 
Ora un fiume con i suoi bianchi ciottoli e poi ancora gallerie. Il suono delle rotaie bollenti, mi culla.
Lascio andare tutto ciò che vuole salutarmi. Non mi oppongo. Anche io saluto, non voglio trattenere nulla. Mi sento stanca. Le mani mi fanno male così come le braccia e le spalle.
Squilla ancora il telefono. Mi giro verso la mia vicina che mi guarda, mi sorride. Ha un bel sorriso. Il telefono squilla. Io ricambio il sorriso e lei dice: non si preoccupi, ora lo spengo. 
Intanto lo lascia squillare.
Dalla sua borsa di pelle rossa, con movimenti lenti e sicuri, tira fuori una custodia per occhiali da sole ed  un tubetto di crema per le mani alla calendula. Apre la custodia anch’essa di pelle rossa, è vuota. La poggia di fronte a sé. Il telefono smette.
Prende il tubetto di crema, lentamente lo apre e posa con delicatezza il tappo giallo di plastica. Preme con una leggera pressione la punta del tubo sul dorso della sua mano sinistra. Il telefono riprende a squillare. Inizia un massaggio delicato sulle mani. Prima l’una poi l’altra. Passa più volte. Le accarezza dolcemente,  le fissa, intanto il profumo della calendula si espande nelle mie narici e sembra riempire tutto il vagone. Il suono fastidioso si ferma dopo cinque squilli.
Massaggia le sue mani lentamente. Passa la crema tra le dita una per una.  
Il cellulare riprende la sua inutile funzione. Arriva all’anulare sinistro, delicatamente sfila gli anelli e li ripone nella custodia rossa degli occhiali che ripone nella borsa. Si sofferma su quel dito, ancora un ultimo massaggio sul segno che il tempo ed il sole hanno lasciato su di lui. Dopo altri cinque squilli il cellulare tace. Con molta cura chiude il tubetto di crema posandolo davanti a lei, poi come a  seguire un sacro rito che la comanda dall’ interno, prende il cellulare, scorre velocemente le chiamate ricevute e lo spegne.

Giulia

Valentina

 

Cammina per strada. Il rumore dei suoi passi risuona sull’asfalto bagnato. L’aria umida e fredda le entra nel naso.

“Che ne sarà di me?”

Questo pensiero non l’abbandona un momento. Il cappotto di pelliccia sintetica le ciondola addosso, è diventato troppo grande ora. Lo stringe intorno al collo nel tentativo di combattere il freddo che sente penetrare fin dentro le costole.

“Che ne sarà di me?”

Cammina veloce. La strada è deserta, a tratti illuminata dai lampioni ingialliti e dai fari di qualche automobile di passaggio, che violentemente tagliano le pozzanghere. Il rumore dei suoi passi le fa compagnia. Il respiro, tra il bavero del cappotto stretto sotto la gola e i suoi occhiali, le impedisce di vedere nitidamente.

Li assesta meglio sul naso.

“Che ne sarà di me?”

Si ferma un attimo, guardandosi intorno. Le pare di non ricordare bene la strada da fare. A quale bivio girare? Si sente disorientata in mezzo a quella foresta di palazzoni di cemento. Si gira intorno, cercando una qualche insegna, di un qualche negozio che le possa permettere di ricordare. Di orientarsi di nuovo.

“Che ne sarà di me?”

Ecco, finalmente, il negozio dei cinesi all’angolo, dall’altra parte della strada, si quello è vagamente familiare.

Si, ora lo riconosce. Attraversa velocemente sulle strisce pedonali, evitando di finire con un piede nell’acqua e frettolosamente, si dirige verso il portone.

Donne

Qualche tempo fa, mi è stato chiesto se ero una persona cui gli uomini non piacevano tanto.

Ci mancherebbe altro, pensai in quel momento, gli uomini erano, la parte di mondo che preferivo!

Ovviamente, detestavo alcuni atteggiamenti: l’egoismo smodato, il narcisismo sviscerato, il vittimismo applicato, la saccenza oltre ogni misura. Tutto ciò, in verità, allo stesso modo negli uomini, come nelle donne.

Degli uomini amavo il potere, inteso come potenza, fin dalla nascita profeticamente con il primo vagito lo respirano e lo amano; anche le donne, alcune, hanno potere e lo amano, tuttavia, restano in apnea lungamente prima di sentirne solo il profumo.

Degli uomini mi piaceva che fanno la pipì dritti sulle gambe, anche questo dà loro potere. Potere di pisciare e di schizzare la tazza del bagno senza preoccuparsi di ripulirla dopo.

Mi piacevano gli uomini e il loro camminare per il mondo a gambe larghe e schiena dritta ciondolando qui e li. E ogni passo accompagnarlo muovendo leggermente il capo.

Per quello che mi riguardava, da bambina, avrei voluto essere un uomo. Per anni li ho osservati, invidiati. Apparivano ai miei occhi cavalieri invincibili, coraggiosi e bellissimi, tutti, nessuno escluso.

Naturalmente imparai presto, che la realtà non era proprio quella.

Dalla delusione mi ripresi iniziando a guardarmi intorno, scoprendo l’universo femminile. Quello che avevo intorno. Le donne della mia vita. Innanzitutto le mie nonne, Concetta e Iolanda e la loro esperienza della Seconda Guerra Mondiale, quando sfollate dormivano all’aperto sotto gli alberi. Mi raccontavano storie comuni ad entrambe , mentre impastavano acqua e farina con le braccia magre e forti che sbucavano da sotto le maniche della camicia, lisa e perfettamente bianca, arrotolate fin sul gomito. Oppure quando erano intente a intrecciare i loro lunghi capelli davanti ad uno specchio macchiato e opaco. Ed io le guardavo e le ascoltavo rapita. Le mie nonne e la loro guerra combattuta attraverso piccole astuzie quotidiane. Le mie nonne, diverse eppure uguali.

Poi zia Leda con la sua profonda fede in Dio e zia Lili, sempre sorridente e con una parola risolutiva per tutti. E poi mia madre, morbida e dolce e allo stesso tempo dura e graffiante. La vita non le ha regalato niente, ogni istante di serenità l’ha ben pagato. Mamma e la sua infanzia povera e felice, mamma e la sua giovinezza inesperta, mamma e la sua vita provata e dolente. Che dire, in ognuna di loro ritrovavo un pezzo di me, mi ritrovavo e allo stesso tempo mi perdevo. Dolci e forti, timide e sfrontate, coraggiose e amanti della lotta, fedeli. Ognuna a proprio modo è stata una combattente, per ciò che aveva valore assoluto, l’amore.

Allora, alla domanda se mi piacevano poco gli uomini risposi che, malgrado mi piacessero tanto, sentivo anche di amare smisuratamente le donne.

Donne giovani o vecchie, povere o sconfitte dalla vita, vincenti o  che piangono e allo stesso tempo che sanno ridere, soprattutto di loro stesse. Quelle con i denti e quelle senza, quelle che corrono e quelle che camminano. Quelle che spingono una carrozzina o che ci vivono sopra. Che stanno attaccate a un tubo, che portano la parrucca o che si aggrappano al filo rosso di un sogno. Donne brave e cattive, donne che rubano la vita e i mariti.

Donne che ogni volta sono universi imperfetti fatti da uomini che le amano, sfruttano, pregano. Donne cui leggono poesie d’amore e asciugano lacrime da loro stessi provocate. Donne vittime, donne assassine, donne perfide, donne strane, donne artiste che dipingono o scrivono di altre come loro.

Le amo smisuratamente, perché sono forti, e sono forti perché sono donne. Poiché fin da subito hanno imparato che piantare un seme produce vita, coltivare fiori crea bellezza, leggere una storia è generare ogni volta linfa vitale per loro stesse e per chi le circonda. Donne, che sanno amare senza ritegno uomini tristi e invecchiati precocemente. Uomini piccoli che si credono giganti con il cuore fatto di spugna sintetica.

Le donne che sono donne, anche quando devono fare gli uomini. E gli uomini lo sanno.

Emanuela 

 

 

Io e l’Aspic

“Davanti alla legge si erge il guardiano della porta. A questo guardiano si presenta un campagnolo chiedendo di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che adesso non gli può concedere d’entrare. L’uomo riflette, poi domanda se gli verrà dunque permesso di entrare più tardi. «È possibile», dice il guardiano della porta, «ma adesso no». Siccome la porta della legge rimane, come sempre, aperta , e il guardiano si scosta, l’uomo si china per guardare nell’interno. Il guardiano nota questo, ride e dice: «Se ti attira tanto, cerca un po’ di entrare nonostante il mio divieto. Ma rammentati di questo: io sono potente. E io sono soltanto l’ultimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, e ognuno è più potente dell’altro. Già l’aspetto del terzo è tale che nemmeno io lo posso sopportare». Simili difficoltà il campagnolo non se l’era aspettate; eppure la legge dovrebbe essere accessibile a tutti e sempre, pensa; ma ora, guardando più da vicino il guardiano nel suo mantello di pelliccia, col suo grande naso aguzzo, la lunga barba da tartaro sottile e nera, decide che sarà meglio attendere gli diano il permesso di entrare. Il guardiano gli porge uno sgabello e permette che si segga un po’ in disparte dalla porta. Là egli rimane seduto durante giorni e anni. Fa numerosi tentativi per essere ammesso, e stanca il guardiano con le sue suppliche. Spesso il guardiano gli fa subire piccoli interrogatori, gli pone domande sulla sua patria e su molte altre cose ancora, però son domande da gran signore; e alla fine gli ripete sempre che non può lasciarlo entrare ancora. L’uomo, che si è ben attrezzato per il viaggio, adopera tutto, anche le sue cose più preziose per corrompere il guardiano. Costui accetta tutto, in verità però aggiunge: «io l’accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa». Durante tutti questi anni l’uomo osserva il guardiano quasi ininterrottamente. Egli dimentica gli altri guardiani, e questo primo gli sembra essere l’unico ostacolo. Maledice la mala sorte, nei primi anni senza riguardo e a voce forte, più tardi, invecchiando borbotta soltanto fra i denti. Rimbambisce, e, siccome, a forza di esaminare il guardiano durante tanti anni, ha finito anche col conoscere le pulci della sua pelliccia, prega anche le pulci di venirgli in aiuto mutando l’umore del guardiano. Alla fine la sua vista si indebolisce ed egli non sa se tutto si oscura intorno a lui o se sono soltanto gli occhi che lo ingannano. Ben riconosce però adesso nell’oscurità uno splendore incancellabile che scaturisce dalla porta della legge. Oramai non gli resta più molto da vivere. Prima della sua morte tutte le esperienze di tanti anni, accumulatesi nella sua testa, fanno nascere una domanda che sino ad oggi egli non ha ancora posta al guardiano. Gli fa cenno con la mano, perché non riesce più a raddrizzare il suo corpo irrigidito. Bisogna che il guardiano si chini ben in basso, poiché la differenza di statura è mutata assai a svantaggio del campagnolo. «E che vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano. «Sei insaziabile» «Tutti aspirano alla legge», dice il campagnolo, «com’è dunque che in tanti anni nessuno oltre a me abbia chiesto d’entrare?» Il guardiano capisce che l’uomo sta per spirare, e per farsi sentire ancora dal suo orecchio quasi sordo, ruggisce: «Qui nessun altro poteva entrare, poiché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora me ne vado e lo chiudo»”.

(Il Guardiano della legge, Da: I racconti, Kafka)

La prima volta che ho incontrato questo racconto, mi è stato letto, provocandomi una immensa commozione.

Mi sono ritrovata completamente immersa nel campagnolo che non ha mai il coraggio di varcare quella porta. Tutta la mia storia personale, soprattutto scolastica, parla di questo.

Ho sempre nutrito passione per la lettura e la scrittura che vivevo in modo isolato ed ermetico rispetto al mondo che mi circondava. Credo che per molto tempo la scrittura sia stata la mia ancora di salvezza da una infanzia e adolescenza irrequieta e cupa. Scrivevo di tutto, dal diario a brevi storie, piccoli racconti. Poi sono diventata grande, la lettura è diventata sempre più veloce e funzionale: testi per educare i figli, brevi saggi, testi propriamente tecnici necessari al lavoro. La scrittura piano piano è scomparsa dal mio mondo personale. O è semplicemente scomparsa la voglia di scrivere e raccontarmi. Tuttavia nell’esperienza del mio lavoro, degli ultimi dieci anni, ho visto esperire quanto è salutare per chi la pratica.Tre anni fa ho incontrato l’ASPIC Università del Counseling per me è stato determinante da più punti di vista. Innanzitutto dovevo confrontarmi con l’idea di ricominciare a tenere un libro fra le mani, c’era poi il linguaggio, che facevo fatica a capire, infine entrare in un mondo che ero certa, non fosse mio. Ricordo quando in una lezione esperienziale del primo anno, la Professoressa ci fece prendere una penna invitandoci a scrivere una breve storia. Fu come riattivare un circuito interrotto. Frequentando quella scuola mi sono concessa un tempo, essenziale ad ogni individuo per risistemare tasselli saltati, vuoi per troppa sicurezza o per troppa insicurezza. Per la fretta, o per l’assenza di domande. Questo tempo per me è stato necessario. L’ASPIC mi ha permesso di mettere insieme esperienza e teoria, in sostanza tutto quello che per me era soltanto una intuizione da autodidatta con una esperienza concreta. Questa volta ho deciso di non restare fuori dalla porta.

Oggi sono anche un Counselor Professionista.

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