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fiabe

Storia di una tempesta

C’era una volta, molto tempo fa dove lo spazio ed il tempo si perdono nella nebbia, una immensa distesa verde, tanto immensa che l’occhio si perdeva nella ricerca dei confini. C’era una volta allora, una immensa prateria…

La prateria era un luogo tranquillo, abitata da pochi cavalli selvaggi.

Proprio uno di questi cavalli è il protagonista di questa strana storia. Il suo nome è Benny.

Benny era un cavallo pezzato bianco e nero, con un cuore grande grande. Viveva i suoi giorni tra una corsa e l’altra, poche volte si fermava. Sempre al galoppo con la sua lunga criniera al vento. Sempre di corsa, il perché, onestamente non lo sapeva neanche lui. Aveva bisogno di sentire che la terra e l’erba corressero veloci sotto i suoi zoccoli. L’odore di queste, lo facevano sentire vivo, utile.

Lo sguardo era veloce, il fiuto allertato, riusciva a percepire se qualcosa nell’aria stava cambiando.Aveva antenne nelle orecchie e nel naso. Nulla poteva sfuggirgli.

Ma un giorno, mentre era intento ad abbeverarsi al piccolo ruscello vicino alla grande caverna, dove la notte era solito rifugiarsi, sentì all’improvviso un vento impetuoso alzarsi intorno a lui. Benny, annusò l’aria, pensò che stesse per prepararsi una tempesta, pensò di correre per avvisare gli altri cavalli, la sua famiglia.

Non fece in tempo a formulare il pensiero che improvvisamente la tempesta si abbatté su di lui.

Era una terribile tempesta di vento, che sollevò intorno a lui una barriera di sabbia che lo circondò.

Benny sentì di non avere più erba e terra sotto le sue zampe.

I suoi occhi si ricoprirono di polvere ed anche il naso e le orecchie si riempirono tanto da bloccare i suoi sensi. Era terrorizzato da come si sentiva, impotente. Non avrebbe mai potuto immaginare una terribile avventura così. Tutto questo era inammissibile per lui che, credeva di avere antenne nelle orecchie e nel naso.

Cercò di correre, ma non riusciva, la paura lo aveva bloccato, cercò di guardare, ma non gli era possibile, tanto la terra si era impastata sopra i suoi occhi, cercò di ascoltare, ma non riusciva. Pensò che oramai tutto era finito, la sua vita e quella dei suoi era finita. La tempesta presto lo avrebbe ricoperto di terra, tutto era perduto. Sentì le forze venirgli meno, le sue zampe deboli.

Il pensiero gli andò ai giorni felici vissuti nella prateria, le corse con i suoi amici, la pace e la quiete delle notti d’estate, oramai però, lontani. Tale fu la nostalgia che iniziò a piangere. Sommessamente, poi una lacrima dopo l’altra fino ad un pianto inconsolabile.

Fu in quel preciso momento che sentì una voce, non capiva bene da dove arrivasse. Era una flebile ma chiara vocina. Si scosse dal pianto, decise di concentrarsi su quella voce, allo stesso tempo le lacrime intanto avevano contribuito a pulire   suoi occhi permettendo, intanto, l’apertura di una loro fessura. Fu così che, attraverso quella piccola apertura lo vide: < Ciao sono Unico, lo scarabocchio fatto di vento e terra, nasco quando c’è tempesta per sparire quando questa termina. Tu hai paura, questa ti rende fragile.> disse determinato.

 

Il povero cavallo era confuso, mai nella sua vita uno scarabocchio gli aveva parlato.

Unico continuò : <Cosa pensi di fare? Vuoi lasciarti bloccare dalla tempesta? Ora pensi che tutto sia finito, che a nulla è servita la tua vita, ma credimi, non è così. >

Benny pensò in quell’istante che, malgrado tutto fosse abbastanza surreale, lo scarabocchio aveva proprio ragione, non tutto era finito, la tempesta poteva essere placata, ma come? Fu allora che ebbe un’idea.

Chiese a se stesso un grande sforzo, superare la paura, si impose di fare un bel respiro con il suo grande naso. Si concentrò e prese tutta l’aria che poté. Un grande respiro per ritrovare l’energia persa e sebbene, dalle narici, insieme all’aria entrò anche della terra, Benny riuscì a non restarne soffocato, anzi, al contrario. Insieme con la terra, infatti, inspirò anche lo scarabocchio.

Unico entrò dentro di lui, e fu allora che sentì di nuovo la voce, ma questa volta potente e vigorosa:< Sei pezzi di vita che si sovrappongono, angoli di mondo che fluttuano cercando una forma. Tu sei la tempesta, lei è dentro di te, vive in te. Puoi domarla perché è parte di te.>

In quello stesso istante la tempesta si placò, tutto divenne più nitido. Benny riuscì ad aprire bene i suoi occhi e finalmente poté guardare. Anche l’udito migliorò. Ora era capace di ascoltare e guardare.

Diede uno sguardo intorno, la prateria aveva cambiato, un po’ la sua geografia, il paesaggio intorno appariva diverso tuttavia, egli la riconosceva, essa restava comunque la sua prateria. Il cavallo restò a lungo ad osservare ciò che era accaduto. La tempesta, con il suo terribile vento che tanto lo aveva spaventato immobilizzandolo, era finalmente terminata. Ora Benny, si sentiva calmo, sapeva che avrebbe potuto affrontare altre tempeste se fosse stato necessario. Si era scoperto parte di quel tumulto. Si sentiva forte, avrebbe potuto dominarne altre perché sapeva come fare. Sapeva che, ritornando al suo cuore, dove era custodito Unico, avrebbe potuto trovarlo ogni volta che ne avesse avuto bisogno. Unico era dentro di lui, era parte di lui. Unico, lo scarabocchio parlante era lui. La paura era stata sconfitta

La casa magica

C’era una volta,

una piccola casa al margine di un  bosco di faggi.

Nel villaggio  vicino, si diceva, che  fosse magica,  tuttavia poche persone sapevano esattamente il perché.

Viveva lì, un vecchio fornaio che, nella sua bottega,  era solito, tra un impasto e l’altro, raccontare a chi ne avesse avuto voglia  la vera storia della casa. Il fornaio si chiamava Tony, era vecchio e magro, due enormi baffi bianchi attaccati sotto un  nasone bitorzoluto, alto poco più del suo tavolo da lavoro. Ma molto forte di braccia.

Malgrado il fornaio fosse  disponibile a raccontare, sempre meno  persone si fermavano ad ascoltarlo, frettolosamente ordinavano quanto volevano e poi fuggivano via. Il contadino doveva correre a seminare, il pastore correre  a badare al gregge, la massaia correva via per  riordinare la casa  e così via: nessuno aveva più tempo di ascoltare la storia. Così il povero fornaio Tony, giorno dopo giorno, perse  la voglia di raccontare. Se ne stava tutto il giorno in penombra,  tra  sacchi  di farina e  impasti, a rimuginare i suoi pensieri.

Un giorno, mentre era intento a travasare la farina da un sacco all’altro, arrivò nella sua bottega un piccolo bambino dai capelli biondi come il grano  e dai magnifici occhi azzurri. La pelle era chiara come la luna. Il bimbo, vestito semplicemente, sbucò da dietro il bancone di Tony e si presentò:

<Salve signor  fornaio, mi chiamo Miro,  abito con la mia nonna  vicino allo stagno delle Tre Oche, dice di pregarvi   di raccontarmi la storia della casa magica ai margini del bosco. >

Il fornaio Tony, si voltò lentamente. Lo esaminò tutto, senza fretta si girò di nuovo e continuò il suo lavoro senza dire una parola.

Il piccolo  senza perdersi d’animo continuò:

< La nonna dice che solo voi potete farlo.>

Il fornaio ebbe un sobbalzo  tuttavia, continuando a fare ciò che stava facendo  senza voltarsi, tuonò:

< Non tentare di adularmi, ragazzino. Adesso non ho tempo, non vedi che ho da fare?>

<Signore  vi prego,>insistette il bambino, con voce ferma, guardandosi intorno < se mi accontenterete farò dei piccoli lavori qui in bottega per voi  in cambio. Non dovreste pagarmi.>

Tony si voltò a guardarlo, pensò che era proprio un bel bambino,  che la vecchia nonna era fortunata ad avere un ragazzo  con lei. Eppure  disse: < E’ tanto che nessuno mi chiede più di raccontare quella storia. Nessuno ha avuto più voglia di ascoltare  da tanto tempo ed io ora, sono  troppo vecchio, non ho più la memoria di allora. Mi dispiace, non posso aiutarti ragazzo>.

Il fornaio, si  arrotolò   le maniche della camicia logora sulle braccia ossute e riprese il lavoro.

Miro sconsolato abbassò  gli occhi, il vecchio fornaio non aveva proprio intenzione di aiutarlo.

Mentre stava  per  uscire dal negozio, da sotto ad uno di quei sacchi di farina, sgusciò fuori un piccolo topolino grigio. Veloce come il lampo, corse verso il bambino e si arrampicò sulla scarpa del  suo piede sinistro e iniziò a gesticolare con le sue piccole zampette anteriori. Il ragazzo niente affatto spaventato,   rimase, piuttosto, un pochino stupito dall’energia del piccolo ratto.   Il sorcetto cominciò a  tirare le stringhe della sua scarpa e a  fare come per indicargli l’uscita dalla bottega.

Il bambino guardò il vecchio che imperterrito continuava  a  versare farina da un sacco all’altro e che sembrava  non accorgersi di nulla.  Miro guardò di nuovo giù per accertarsi di non sognare. Il  piccolo topo era ancora lì, sulla sua scarpa che continuava  a tirare le stringhe  e ad  indicargli l’uscita.

<Ehm, allora io andrei. Ehm, la  saluto signore. Ehm, arrivederci signor fornaio.>

<Addio>gli rispose lui secco.

Miro uscì dalla bottega trascinando quasi il piede, attento a  non far cadere il topolino e a non perderlo di vista. Non si accorse che il fornaio si era intanto voltato  a guardarlo e che da  sotto i baffoni bianchi,  sbucava uno strano sorriso.

Il topolino si tenne forte alle stringhe. Miro arrivò  fin dietro l’angolo del negozio dove nessuno poteva vedere la scena.

<Ragazzo,  ne hai messo di tempo a capire! Cosa  ci vuole un interprete? E’ un’ora che ti faccio cenno di uscire>.

Miro si guardò intorno, chi era  che parlava? Eppure, pensò, in  giro non c’era  nessuno, solo lui.

<Scusa, scusa, ehi, sono qui, guarda giù.>

Miro  guardò verso le sue scarpe.

<Sei tu  che parli?> Chiese Miro incredulo.

< Certo che sì, parlo anche.>Sottolineò  il topo

< Ah, ecco, dicevo, certo, parli anche.>

<Ho sentito che hai chiesto  della casa, di ascoltare la storia dal vecchio fornaio, io non  posso raccontartela, ma conosco la strada per andare lì.> Squittì allegro.

<La strada? Non immaginavo tanto, la nonna mi aveva detto solo di ascoltare la storia, non di andare alla casa.>

<Beh, la storia Tony oramai non la ricorda più. E’ da tanto che  noi aspettiamo questo momento. Ora sei arrivato, tu sei quello che giusto! Coraggio andiamo!>

Miro, ascoltò senza fare domande, non si chiedeva come mai un topo parlasse, e poi con quale fermezza  si rivolgeva ad un bambino  molto più alto di lui. Pensò,  proprio come facevano  gli adulti con i  piccoli. Ai suoi  occhi, tutto ciò sembrava la cosa più normale del mondo. Non pensava più alla nonna, non pensava a niente, solo  si ritrovò a dire: <Perché  aspettavate proprio me? Perché dite che sono quello giusto?>

Il topo lo guardò dal basso verso l’alto facendo  un gran sospiro, di quei sospiri arrendevoli  che, soltanto chi ha di fronte un emerito ignorante  può fare e poi  sentenziò:

< Tu sei il ragazzo che da tanto tempo aspettavamo. Capirai quando saremo arrivati alla casa,  per ora ti basti questo.>

 

Iniziò così, l’avventura di Miro e del piccolo topo alla scoperta dei segreti della casa ai piedi del bosco di faggi.

Camminarono, camminarono e camminarono ancora, accadde  che a Miro, la cosa  in principio, era parsa   poco difficile. A parole, sembrava una  facile avventura  partire al seguito del topo parlante e sembrava semplice raggiungere il limitare del bosco per raggiungere la casa. Ma ora, che la stanchezza iniziava a farsi sentire per la strada fatta, che non aveva con se  acqua e cibo e il pensiero della nonna preoccupata  per la sua assenza non lo lasciava, sentì di essersi  pentito  per  essersi lasciato coinvolgere da uno strano topo parlante ad iniziare questo viaggio. Ma perché erano partiti? Miro ora non lo ricordava più.

<Coraggio, lo so che sei stanco, ma questo viaggio è necessario>. Lo incitò il topo.

<Necessario, perché? Io volevo solo  ascoltare una storia. Perché mi ritrovo qui? Sono stanco, ho fame, ho sete,  voglio tornare a casa, ho freddo.>

Mentre diceva questo, gli occhi si riempiono di lacrime, pensava alla nonna e rimuginava;  chissà cosa stava facendo, come era preoccupata, e chissà quanto  si  sarebbe infuriata  con lui al  ritorno.  Questa volta una bella punizione non gliel’avrebbe proprio tolta nessuno, pensò. Sicuramente, una bella punizione non gliela avrebbe tolta nessuno questa volta.  Un vento gelido lo attraversava, che freddo. Le sue mani erano congelate ed i piedi anche. Il topo continuava  a correre davanti a lui ed ogni tanto si girava per accertarsi che lo seguisse.

<Dai ci siamo quasi. > Disse al ragazzo.

<Dove? Dove siamo  quasi ? Io non vedo nulla. Che posto è mai questo?> Chiese smarrito Miro.

<La Cascata dei Peri è oltre quella collina. E’ un luogo fantastico, lì potrai riposare un po’.>

Miro fece appello alle sue ultime forze, si fece coraggio e tornò a riprendere il ritmo dei suoi passi: uno, due, uno, due…

Arrivati ad un certo punto del sentiero questo sembrava dividersi  in una biforcazione, Miro si chiese velocemente se andare verso destra o sinistra, ma il topo era molto sicuro e veloce e prese  per andare a destra, Miro lo seguì.  Ad un tratto, senza che si accorgessero di nulla,  gli si parò davanti un enorme lupo bianco. Ma da dove era sbucato? Il terribile animale digrignò i denti e gli sbarrò la strada piazzandosi proprio in mezzo. Non aveva  nessuna  intenzione di farli passare.  Il ragazzino era spaventato,  Il cuore batteva forte  nella gola.  Miro non aveva  via di uscita, tornare indietro o affrontare l’enorme lupo bianco? Ma come? Lui non aveva armi, e poi era solo un bambino. Sentiva le  forze venir meno, solo tanta, tanta paura. Si fermò  immobile in mezzo alla strada. Il lupo lo fissò continuando  a mostrargli  enormi e terribili denti gialli, gli occhi del lupo si piantarono dentro  i suoi. Miro ansimava, sentiva le gambe cedere, ma era determinato a non tornare  indietro, sapeva , che se fosse scappato, il lupo lo avrebbe spaventato  sempre.  Prese una decisione, a costo della vita avrebbe affrontato la sua paura ed  il lupo. Deciso, fece un passo avanti,  e poi ancora un altro, ad ogni passo  si sentiva un po’ più forte. In quel preciso  momento il piccolo topo, si pose  in mezzo, tra lui ed il lupo.  Si alzò sulle due zampine posteriori e agitò le due anteriori di fronte all’animale. Miro non riusciva a credere ai suoi occhi,  era profondamente colpito dal coraggio del suo amico. Pensò, però  che avrebbe mangiato entrambi.

 

Accadde poi un fatto :  il lupo messo davanti a quella scena;  il topo piazzato  in mezzo a loro, il coraggio di Miro fisso sulle proprie  gambe senza staccargli gli occhi di dosso: chinò l’ enorme capo, stese una zampa  in avanti e  piegò indietro l’altra  facendo un elegante inchino. Il topo  allora fece  cenno al bambino  di seguirlo, Miro avanzò verso il lupo che restò nel suo saluto e passando oltre, presero il sentiero  di destra.

Dopo poco,  arrivarono così alla Cascata dei Peri.

C’era acqua limpida che si gettava in un magnifico lago azzurrognolo, frutta matura appesa agli alberi ed un morbido tappeto erboso su cui sdraiarsi.  Miro, mangiò e si dissetò e poi  sfinito, crollò in un sonno ristoratore. Al suo fianco, anzi accoccolato a fianco a lui, il piccolo topo. Di buon mattino i due ripresero il cammino. Miro, staccò qualche frutto da alcuni alberi stracarichi e li ripose nelle tasche dei pantaloni. La strada ora sembrava meno faticosa, i piedi correvano.

<Miro, ci siamo, manca poco alla meta> Lo incoraggiò il  piccolo amico.

Miro si sentiva forte, continuava a camminare di buona lena.

A mezzogiorno in punto, arrivarono in  una  radura,  videro da li la casa, la casa  per cui aveva iniziato questa  avventura  immersa in un bosco di faggi.

Miro era eccitato, finalmente dopo tanta fatica  erano giunti, lui ed il topolino avevano affrontato   la fame  la sete, il freddo,  il terribile lupo bianco ed ora erano  quasi arrivati. Corsero  veloci verso l’abitazione.  Si avvicinarono piano alla casa. Tutto intorno era silenzio. Il comignolo fumava,  segno che era abitata. Il cuore di Miro batté all’impazzata. La casa non  sembrava molto grande,  di colore bianco, posta su   due piani, con delle finestrelle molto piccole tinte di verde, la nonna avrebbe detto, verde inglese. Tutto intorno un bel giardino curato, piante di rose rosse  e di margherite gialle facevano da ingresso.  Miro si fece coraggio, si avvicinò ad una finestrella bassa. In punta di piedi  schiacciò il suo naso al vetro  per vedere dentro e… ciò  che vide fu proprio incredibile.

In un momento gli  passò  davanti tutta la vicenda; la nonna, il negozio del vecchio Tony, il topo parlante,  la fatica,  la paura avuta per l’incontro con l’essere più spaventoso, mai visto prima,  il terribile  lupo bianco, eppure questo non era  niente,  al pari di ciò che stava guardando ora.

 

All’interno della stanza, il camino scoppiettava. Alle pareti , di colore arancio,  appesi dei quadri ed al centro della stanza  un grande tavolo di legno di faggio.  La tavola era imbandita da cose che apparivano gustosissime;  dolci di tutti i tipi e forme,  montagne di panna e cioccolato, ciotole strabordanti  di crema, ceste cariche di  cibo altro, che lui non aveva, mai visto, eppure  sembra buonissimo.  Tuttavia, la cosa più strana, erano  i personaggi   che si muovevano  all’interno  in quella strana casa.

 

Leonesse, tigri, elefanti, giraffe tutte con i piccoli. Cani, gatti insieme ad  oche e anatre. Scimmie, canguri e altre specie di animali  femmine  mai viste veramente se non attraverso i libri di avventure che qualche volta riusciva a sfogliare  alla biblioteca della scuola. Tutte quelle femmine di animali erano nella casa. In ordine e composte.  Dalla sua posizione poi  vedeva la porta d’ingresso. Da lì entravano altre femmine  con i loro cuccioli.  Queste erano cariche  sul dorso,  di enormi ceste che contenevano: sassi , terra, sabbia,  pietre e tanto altro, ma   niente altro  che apparentemente  potesse  essere mangiato.

Entravano in ordine, una femmina alla volta seguita dal proprio piccolo, tutto si svolgeva in perfetto silenzio e massima calma, nessuna femmina  era  aggressiva con l’altra specie.  Entravano  nella stanza, ponendo  al centro dell’enorme tavolo le  pesanti  ceste e  il loro contenuto si trasformava magicamente  in cibo bello e buono. I sassi diventavano pane, la sabbia diventava carne, la terra diventava frutta succulenta, le pietre diventavano dolci  gustosi.

Questa scena vide il piccolo dalla sua  posizione di privilegio. Restò con la bocca spalancata, il naso premuto contro il vetro, senza parole a fissare quella scena.  Ad un certo punto ridestatosi dalla sorpresa si accorse di avere il piccolo topo sulla sua spalla che osservava, anche lui,   quella strana processione: <Che significa? Che cosa è questa casa? Come è possibile che animali così diversi, nemici terribili nel loro territorio, qui vivono in pace? E quelle ceste? Perché quello che non è apparentemente buono da mangiare poi lo diventa? >Disse pieno di dubbi  all’amico: <Ed io perché sono qui?>

Il piccolo topo guardandolo,  con incredibile  affetto,  gli rispose:<Ragazzo, ti è sembrato normale che un topo parlasse con te, ti è sembrato naturale iniziare un viaggio fidandoti di un ratto come  guida, non ti sei impressionato più di tanto dell’enorme lupo che si è perfino  inchinato a te, ed ora non sai dare una spiegazione a tutto questo? Devi sapere che questa è la Casa Magica. Qui arrivano da tutte le parti del mondo, femmine con i loro cuccioli da proteggere. Questo  è un luogo sicuro per loro e i carichi che portano sul dorso sono tutte le oscurità che hanno dovuto superare. Qui possono liberarsene, le pongono sulla tavola dell’Amicizia che le trasforma in prelibatezze da mangiare e tutti possono cibarsene. Ti stavamo aspettando da tanto con Tony,  perché, solo l’ingenuità e  la  curiosità di un bambino nel voler ascoltare una storia  a tutti i costi,  erano  in grado di conoscere tutto questo. Tutto è possibile ad un cuore puro.>

Miro sorrise e pensò, che splendido momento quando avrebbe di nuovo abbracciato la nonna. Gli mancava immensamente ora, il suo morbido abbraccio. E che magnifica esperienza, sarebbe stata ricercare qualcuno a cui  raccontare questa storia. Certamente l’avrebbe raccontata, senza dimenticarla neanche un po’, a  chi avesse avuto tempo di ascoltare, la vera storia della Casa Magica ai piedi del bosco di faggi e di chi la abitava.

 

 

 

 

 

La farfalla Lulù

lulu

C’era una volta

nel Bosco Incantato, una splendida piccola farfalla dalle ali dorate: il suo nome era Lulù.

Lulù viveva nel bosco da sempre e i suoi migliori amici erano i fiori che crescevano lì.

Questi erano molto particolari, proprio come sono quelli che crescono nei boschi incantati. Non erano comuni fiori: rossi, oppure gialli, oppure blu, erano composti da petali multicolore come l’arcobaleno. Ogni fiore un arcobaleno! E proprio così li aveva chiamati Lulù, Fiori Arcobaleno.

Lulù era solita volteggiare su di essi per salutarli e quelli, al suo passaggio, chinavano delicatamente il capo, come in un inchino.

Ogni volta che Lulù si posava lievemente sulle loro corolle rilasciava, con il vibrare delle ali, una cascata di polvere d’oro che li rendeva ancor più scintillanti, e tanta era la gioia, che emettevano un lieve suono.

Era un bosco meraviglioso dove regnava un’armonia di suoni e di colori.

Ma un giorno arrivò un messaggero dalla valle vicina.

Era il Picchio Boh. Proprio uno strano nome: Picchio Boh si chiamava così perché non sapeva mai bene cosa dovesse fare, o meglio ancora, cosa volesse fare. Picchio Boh era un abitante di una valle  spaventosa. Il suo nome era Valle Perduta.

Si racconta che a Valle Perduta ognuno perde facilmente la strada o il sentiero che sta percorrendo, tanto da non trovare più la via del ritorno.

Picchio Boh arrivò trafelato volando da Lulù per raccontarle di re Nero, regnante di Valle Perduta. Nessuno lo aveva mai visto: si sapeva solo che, dove passava lui, tutto diventava spaventosamente  buio e nero.

Re Nero, dall’alto del suo potere aveva deciso di colorare la sua valle. Voleva un po’ di colore in occasione del  matrimonio della sua unica figlia, Poca, che da lì a breve sarebbe andata  in sposa al figlio del capitano della sua guarnigione; sarebbe stato così al sicuro da eventuali rivolte.

C’erano anche altri motivi, che a noi lettori  resteranno però completamente oscuri.

Aveva ordinato il taglio di tutti i Fiori Arcobaleno che sarebbero serviti a decorare la tavola del banchetto nuziale di Poca e del suo sposo.

Con voce stridula e affaticata  dal lungo viaggio, il Picchio Boh raccontò a Lulù tutto questo, non sapendo bene perché. Lei era sconvolta, non avrebbe mai permesso una tale prepotenza. Ma cosa poteva fare? Come poteva una piccola farfalla come lei impedire un tale disastro?

Non riuscendo a trovare le risposte, decise di chiedere consiglio all’Albero Maestro, colui che regolava tutte le cose di Bosco Incantato.

L’Albero Maestro era una quercia millenaria, dal grande tronco bitorzoluto e dalla corteccia spessa. I suoi rami ampi e forti sembravano abbracciare tutto il cielo ed ogni altra cosa attorno.

L’albero ascoltò lo sfogo di Lulù. Come era possibile che Re Nero facesse una tale richiesta? Da sempre era stato chiaro un patto tra tutti gli abitanti di Bosco Incantato e di Valle Perduta: nessuno mai avrebbe invaso il territorio dell’altro. Come poteva chiedere questo? Tagliare i Fiori Arcobaleno avrebbe significato la morte del bosco.

 

La grande quercia, dopo aver riflettuto un po’ le disse: «Devi fare un grande viaggio fino alla Montagna di Sempre, e appena sarai arrivata dovrai compiere tre enormi giri intorno a lei. Lì, troverai  le risposte alle tue domande e la soluzione a quello che sta accadendo al nostro caro bosco.»

 

Lulù pensierosa rispose: «Ma non riuscirò mai a volare fino alla Montagna di Sempre. Le mie ali non riusciranno mai ad affrontare un simile sforzo. E, tre enormi giri, è impossibile!»

 

L’Albero Maestro rifletté un altro po’ e sentenziò: «Basta con questi “mai”, parti e vedrai che un compagno di viaggio ti raggiungerà. Ora va.»

 

Detto questo sospirò: tanto che scosse i suoi grandi rami e tutta la moltitudine di foglie che ricopriva la chioma produsse un dolce suono, come di campanelli: l’eco arrivò ai Fiori Arcobaleno che  tintinnarono insieme anche loro ed una musica dolcissima si diffuse in tutto il Bosco Incantato.

Lulù si  fece forza e, salutati i suoi amici, iniziò il  viaggio.

 

C’è da dire che mai Lulù si era allontanata dal Bosco Incantato: aveva sempre vissuto lì, circondata dai suoi Fiori, dai colori e dai suoni. Il suo timore, quindi, era più che giustificato.

Volava e volava e le ali si facevano sempre più pesanti. Cercava di non pensare alle difficoltà che l’attendevano,  ma di convincersi che stava facendo la cosa giusta. Ma ben presto arrivò la fatica e con la fatica la mancanza di speranza e oramai  quasi rimpiangeva  di aver iniziato quel viaggio. Tuttavia le parole di Albero Maestro erano state chiare, e lei si fidava di ciò che la grande quercia le aveva promesso: doveva continuare il suo volo.

Poco distante scorse un torrente e, avendo tanta sete, cercò di avvicinarsi il più possibile. Era tanto stanca. Scorse poco distante una bella foglia di Paulownia che galleggiava quieta. Decise di riposare lì per qualche momento, giusto il tempo di riprendere fiato. Vi si posò stremata. La foglia era grande ed accogliente e delle piccole gocce d’acqua la imperlavano: ne bevve alcune.

Il sole stava calando, il giorno volgeva al termine: decise che non ci sarebbe stato nulla di male a riposarsi un po’; magari di buon mattino avrebbe ripreso il viaggio, visto che le farfalle di notte non volano. Cadde in un sonno profondo. La poverina non si accorse che una minacciosa corrente si era alzata: una tempesta di acqua e vento era in arrivo e la foglia su cui era adagiata, prima ferma e quieta, ora veniva trascinata velocemente. La foglia correva giù per il torrente e girava e rigirava su se stessa, e ancora scivolava e andava a sbattere contro i sassi del torrente, e si fermava per un attimo, ma solo per ricominciare un istante dopo la sua folle corsa. Il vento era forte e non  accennava a placarsi. Lulù continuava a dormire senza accorgersi di nulla.

Poco lontano, un’esperta aquila reale assisteva a tutta la scena. Aveva notato il volo della farfalla e lo strano scintillio che produceva il suo battito. Dall’alto della sua posizione ne aveva seguito tutto il percorso, notando tuttavia come colpo dopo colpo la piccola aveva finito per perdere ritmo e potenza. L’aquila osservò come la foglia vorticosamente prendeva velocità, e come soltanto per la buona stella della farfalla ancora non si capovolgeva.

Fu così che senza pensarci troppo puntò in picchiata, verso il torrente, e in un lampo l’afferrò  e risalì velocemente in quota tenendo ben stretta tra le zampe, ma cercando di essere  più delicata possibile, la foglia di Paulownia con la piccola farfalla ancora addormentata  al suo interno.

Bastò qualche colpo delle sue potenti ali per uscire dalla tempesta. L’aquila risalì lungo il corso d’acqua,  lo superò, arrivando alla grande Cascata dei Desideri. Di lì arrivò in cima alla punta di un enorme montagna rocciosa, depositando la foglia al sicuro all’interno del suo nido e aspettando che la notte giungesse al termine.

All’alba del giorno seguente, Lulù si svegliò. Stiracchiò le sue ali delicate, strofinò le sue zampine e si sentì pronta a riprendere il viaggio. Soltanto allora si rese conto del paesaggio che la circondava. Era sì, ancora nella foglia, ma tutto intorno a lei era cambiato: il ruscello era svanito, non c’erano gli alberi e l’aria era diventata spaventosamente fredda.

«Buongiorno» tuonò una voce sopra di lei.

Lulù si voltò e non credeva ai suoi occhi: un mostro gigantesco, con il becco ad uncino e terribili artigli, la sorvegliava.

Pensò di trovarsi in un incubo e cominciò a provare un senso di angoscia paralizzante.

Credette che da un momento all’altro l’enorme mostro avrebbe fatto di lei un solo boccone.

«Buongiorno» insistette l’aquila.

«Salve» disse la farfalla con un filo di voce «Chi sei, se posso chiedere? Come sono arrivata qui? Hai intenzione di  mangiarmi?»

L’aquila rise «mangiarti, che sciocchezza è mai questa! Io ti ho salvata dalla tempesta. Ho seguito il tuo volo perché mi incuriosiva lo scintillio che fai mentre batti le ali e così ho visto dove ti sei posata. Ti sei addormentata nella foglia ed il vento e la corrente stavano per rovesciarla.»

«Tempesta? Corrente? Ma come è possibile? Io non mi sono accorta di nulla… mi hai salvata?»

«Si piccola» disse la grossa aquila con voce tenera «potrei sapere dove stai andando? Cosa  ti ha spinta a fare un volo così pericoloso?»

Lulù raccontò in breve tutta la storia, del Picchio, del Re, dei Fiori Arcobaleno, di Albero Maestro e del compito che doveva portare a termine; l’aquila ascoltò con attenzione, e disse:

«Mi presento, io sono Aquila Reale e questa è la mia casa. Credo proprio che il tuo viaggio sia terminato: devi sapere che ti trovi in cima alla punta più alta della Montagna di Sempre.»

«E tu mi hai condotta fin qui… sei forse l’amico di cui mi ha parlato Albero Maestro?» disse incredula

«Credo di si, depositerò a breve le mie uova in questo luogo. Posso aiutarti a portare a termine la tua missione.» Rispose Aquila compiaciuta.

«Ecco vedi, cara amica» disse titubante Lulù «io non so bene cosa devo fare. L’Albero Maestro mi ha detto di mettermi in viaggio e di arrivare alla Montagna di Sempre e di volteggiarle per tre volte intorno, ma non ce la farò mai, sono solo una  farfalla e le mie ali sono troppo piccole.»

«Da quello che ho visto – ed io ho una vista molto acuta – tu sei certamente una piccola farfalla, ma con un grande dono: spargi polvere d’oro con le tue ali, e ovunque questa si posa permette la creazione di una meravigliosa melodia. Sali sul mio capo ed ancorati alle mie piume, volerò intorno alla montagna e tu potrai muovere le tue ali  insieme a me. Volerò con te.

Lulù si fece coraggio, volò sulla enorme testa di Aquila e cercò di piantarsi molte bene tra le sue piume, attenta a non cadere giù.

L’aquila spiccò il volo: mai una farfalla aveva fatto niente di simile. Temeva di morire. Aquila si gettò dalla rupe e iniziò il primo giro della montagna: il vento, il freddo, niente poteva fermarle. Lulù si riempì di coraggio, si sentiva forte insieme alla sua amica.

Una immensa sensazione di benessere l’assalì. Sentiva che stava partecipando ad una grande avventura. Un’enorme nube nera, improvvisamente, arrivò da lontano circondandole tutte: più Aquila volava più la nube si scuriva. Tutto intorno a loro era buio e Lulù pensava alla sua amica, al fatto che le aquile non volano di notte; come poteva non perdere  l’orientamento in quell’oscurità che le avvolgeva? Aquila, coraggiosa, continuava il suo volo.

Primo giro.

Lulù combatteva la paura, sapeva che non poteva arrendersi; intrepida batteva le sue piccole ali e si accorse che, grazie alla polverina dorata che rilasciava tutto intorno, alla luce che emetteva, l’aquila riusciva a mantenere la rotta senza perdere l’orientamento. Fu allora che capì tutto, tutto quel buio, era opera di Re Nero: tentava di ostacolarle.

Lulù si fece ancora più forza, e continuò coraggiosa a battere le sue piccole ali.

Secondo giro.

L’oscurità era totale. Si sentivano avvolte da una tristezza infinita. Lulù sapeva che se quella sensazione le avesse vinte sarebbero cadute. Restava aggrappata alle piume e continuava a battere le sue piccole ali per far strada all’amica.

Chiuse gli occhi e andò con la mente al Bosco Incantato, all’armonia che vi regnava, ai colori dei suoi amici. Voleva tornarci, continuava a convincersi che tutto sarebbe stato di nuovo bellissimo, che avrebbe udito ancora quel dolce ed intenso suono, la melodia dei Fiori.

Fu allora che dal cuore della montagna partì un immenso tuono, e poi ancora un altro; echeggiarono tutt’ intorno. Lulù aprì gli occhi ed intorno a loro l’oscurità non era più così tanto profonda.

L’eco si trasformò piano piano in una dolce musica. Dal cuore della Montagna di Sempre,  partì una canto dolcissimo che fece schiarire il buio e fuggire via la tristezza.

Aquila andava rallentando il volo, arrivando quasi a danzare placidamente nell’aria, volteggiando dolcemente intorno alla montagna seguendo l’onda della musica.

Lulù era felicissima, il buio era scomparso del tutto, poteva finalmente mollare la presa. All’improvviso avvertirono un urlo tremendo dalle viscere della terra: la musica diventò parola e attorno a loro si udì una voce: «Re Nero, la tua smania ha messo in pericolo il bosco ed i suoi abitanti: mai e poi mai potrai affermare diritti su Bosco Incantato; resterai per sempre confinato  a Valle Perduta e non potrai mai pretendere altro. Sei  avido, e il colore ed  il suono non sono per te. Sempre esisteranno e non potrai mai trionfare su di loro. Grazie piccola Lulù per il tuo coraggio e la tua fiducia. Il tuo compito è finito.»

 

Lulù fiera guardò la sua amica: era ora di tornare a casa. Volteggiò sul capo di Aquila e si aggrappò di nuovo a lei, e insieme spiccarono il volo verso Bosco Incantato.

Era appagata: ora sapeva che anche i piccoli possono partecipare a qualcosa di grande e che la paura e le avversità si possono vincere se non si resta soli. Lulù  non era più solo una piccola farfalla.

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