Devo ammettere che non è stato facile per me, comprendere il senso del camminare a piedi.

L’essenzialità della pedula, non sosteneva le mie pippe mentali.

Camminare permette la possibilità di rallentare così tanto che quasi si perde l’equilibrio, destabilizza un poco, presentando il conto rispetto alla posizione esistenziale che stiamo vivendo.

Camminare presuppone buone gambe, tuttavia non sono necessarie.

Si può camminare per conoscere, per sperimentare, per sport, per scommessa, per disperazione, per allontanarsi da posti o persone.

E altro ancora…

Per camminare certo serve la disponibilità a faticare, aspetto detestabile insieme al sudore, che inevitabilmente provoca muoversi a piedi.

Zaino in spalla, tuttavia ho imparato

che la fatica è parte di un processo necessario a raggiungere i tre gradi essenziali per una buona camminata; il benessere fisico, mentale e spirituale.

Sul benessere fisico e mentale non mi soffermo qui.

Rispetto allo spirituale, invece si.

Ciclicamente avverto il bisogno di ri- orientare la bussola, allora vado a camminare.

Non importa dove.

In silenzio, evitando grandi comitive.

E altro ancora…

Il silenzio esterno è relativamente semplice da raggiungere, allontanarsi un po’ dal centro abitato può aiutare, mentre decisamente più complesso è rendermi disponibile al silenzio interiore.

Per fare di un cammino una esperienza anche spirituale, non basta recarsi in un luogo spirituale.

E’ necessario diventare piccoli dentro.

Dove l’andare e l’ascoltare sono reciprocamente innamorati dello stupore del bambino.

E altro ancora…

La disponibilità ad ascoltare porta a fare attenzione a ciò che sento.

Non tutto ciò che sento è frutto di ascolto vero.

Questa consapevolezza permette di isolare il rumore che producono “pensieri e sirene”.

I pensieri sono mantra ripetitivi di frasi tossiche che rimbalzano dalla mente alla pancia, saltando il cuore.

Le sirene sono persone, uomini o donne, non fa differenza, disturbatrici pretenziose di esclusivo possesso.

Il loro richiamo affascinante, serve a solleticare il mio Ego affamato di pane e seduzione, pane e novità, pane e certezza, pane e visibilità.

Le sirene intonano una melodia raffinata, cantano l’illusione di placare la carestia con il cibo giusto.

Mutanti salvatrici inviano messaggi allo scopo di addomesticare, insinuano fretta alla strada.

E altro ancora…

Hanno in comune la pretesa di ipotecare la mia attenzione.

Confondono e fondono bisogni con alibi, creano un terreno fangoso che rende l’andare una pura illusione. Creando aspettative.

A chi non è capitato di macinare chilometri senza muovere realmente un passo dalla posizione di partenza? Oppure dove l’andare certifica la resa, in assenza di speranza, non la ricerca.

E altro ancora…

Quando decido di affrontare il sudore e la fatica mi rendo disponibile a rallentare, a far tacere le mie e altrui attese.

Inerpicandomi per un sentiero sconosciuto, scopro che tutto è molto più di me, della mia logica, delle mie parole.

Della mia piccola storia. Dove vita e morte si baciano ogni giorno.

Tutto ciò che abita questa dimensione ha un linguaggio proprio. Percepirlo, a volte, è così semplice da risultare inaccettabile.

E altro ancora…

Quando vinco la battaglia, che nasce dell’antica fame, guadagno la dimensione del silenzio che cresce in assenza di bisogni.

Camminare, allora, diventa atto spirituale, preghiera. Diventa denso di scopo.

Uno strumento per nutrire l’anima.

Perché camminare sazia.

E altro ancora…

Camminare come visione ampia, di vicinanza al divino, quello che abita il fuoco, l’acqua e tutte le creature, la tribolazione, la luna e le stelle, i figli, le case.

I bambini già nati e quelli che nasceranno.

Quelli che non cresceranno mai.

Il divino che abita il respiro e vince la morte.

L’ Amore che io chiamo Dio Padre.

E forse anche mi sfiora.

In un dialogo muto e lento, fatto di brezza leggera.

E altro ancora…

Emanuela