È distesa sul letto, fissa la parete di fronte.

Legge e ripete come un mantra frasi scritte con un pennarello nero sul muro scrostato.

Poesie, pensieri, riflessioni: parole per consolare, rassicurare.

L’accapatoio, di un lilla sbiadito, pende da una stampella appesa alla finestra. I fili della luce penzolano davanti ad una vecchia icona di Gesù.

Un piccolo vecchio armadio, posto di fianco al letto, non riesce a contenere il carico degli abiti invernali.

Nel tentativo di scaldarsi, indossa sopra la camicia da notte di raso, una vecchia e logora felpa grigia più grande di due taglie.

La stessa, che per mesi ha rifiutato di lavare nel tentativo forse, di custodire un odore familiare.

Ha freddo, si tira su e la rete di metallo cigola, afferra dal pavimento i pantaloni di felpa grigia. Si lascia cadere di nuovo, il letto fa un rumore sordo.

È una dolce mattina di Luglio, ore 8.55, sente freddo. I postumi di una sbronza, forse un principio di influenza.

Con un bip, il cellulare avvisa che a breve si spegnerà.

Sfrega i piedi sotto le lenzuola, dalla sua posizione allunga lo sguardo, niente calzini in giro.

Lo stomaco chiama, ma non ha voglia di mangiare.

Dalla cucina arriva un segnale: il cane graffia la porta, ha fame; guaisce, mugugna e non smette.

Vuole mangiare.

A fatica si porta su, mette i pantaloni, una gamba alla volta, con un piede cerca le ciabatte sotto il letto, con l’altro tenta di mantenere l’equilibrio. I piedi gelati dentro i calzini sono un po’ gonfi e doloranti. Resta un attimo a guardarli, coperti da ciabatte che odia, e quasi non li riconosce.

Si solleva con le braccia, il gomito destro fa male. Un passo, poi un altro, poi un altro ancora, fino ad arrivare alla cucina.

Prende la ciotola d’acciaio, il mangime e inizia a versarne un po’.

La vita chiama.

Emanuela