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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

Mese

febbraio 2019

Io credo che una donna
possa restare in vita solo per la possibilità
di un bacio.
È grazie alle donne che si conserva il sacro,
grazie al loro desiderio,
a come ancora sanno attendere un abbraccio
Le donne sanno sentire
che a volte abbiamo solo un filo d’aria
che entra ed esce, ci serve a restare in vita,
vivere spetta agli altri.
Le donne somigliano alle montagne,
anche lì ancora si conserva il sacro,
somigliano ai paesi abbandonati dai commerci,
ma fiorenti di ginestre e di farfalle.

Franco Arminio

L’incantesimo della sorgente

(fiaba polacca)

In un lontano villaggio dell’antica terra di Polonia viveva un uomo, Petrovitch, che era felice della vita semplice e serena che svolgeva in compagnia delle tre figlie.
Un brutto giorno Petrovitch si ammalò gravemente. A niente valsero le pozioni di erbe e gli impacchi che gli stregoni del villaggio prepararono per lui: il male avanzava inesorabilmente.
– Oh! se potessi bere l’acqua della magica sorgente ­ si lamentava l’uomo – guarirei certamente. – Ma la sorgente è così lontana; non riuscirò mai ad arrivare fin là!
La figlia maggiore, addolorata per la sorte del padre, non sopportava di vederlo morire lentamente senza tentare di aiutarlo in qualche modo. Perciò un giorno prese una grossa brocca e partì per recarsi alla sorgente fatata.
Camminò a lungo, giorni e notti, finché raggiunse la meta desiderata. Si avvicinò subito alla fonte, ma quando si piegò per attingere l’acqua sentì una voce che le disse: – Avrai quest’acqua solo se prometti di diventare mia sposa!
La fanciulla si spaventò enormemente e fuggì via con la brocca vuota. A casa la seconda sorella, informata di quanto era accaduto, la rimproverò della sua viltà e decise di recarsi lei alla sorgente. Una volta arrivata, proprio men­tre stava per prendere l’acqua nella brocca, la stessa voce le disse:
– Avrai quest’acqua solo se prometti di diventare mia sposa!
Poiché la giovane esitava, la voce continuò:
– Se non farai ciò che ti dico, tuo padre morirà!

La ragazza, terrorizzata da queste oscure minacce, tornò a casa velocemente, anche lei con la brocca vuota. Allora Katia, la sorella più giovane, si dichiarò pronta a tentare a sua volta l’impresa.
Si mise subito in viaggio e, quando ebbe raggiunto il luogo incantato, potette ascoltare la stessa voce che le disse:
– Avrai quest’acqua solo se prometti di diventare mia sposa!
La generosa fanciulla accettò la proposta senza esitare e così riuscì a riempire la brocca con l’acqua magica. La portò a casa e il padre la bevve con avidità. Immediatamente sentì le forze tornare nel suo corpo, il sangue affluire sul suo viso. Era miracolosamente guarito! Petrovitch abbracciò la figlia minore e le manifestò la sua riconoscenza.
Passarono alcuni giorni, ed ecco che una sera uno strano essere coperto da una pelle di lupo bussò alla porta della loro casa. Katia andò ad aprire. Al solo vederlo tutti fuggirono, eccetto la giovane. Il misterioso visitatore ricordò alla ragazza la sua promessa e le disse d’essere venuto per farsi conoscere. Fece cadere a terra la pelle di lupo, mostrando alla fanciulla stupefatta il suo vero aspetto: era un uomo giovane e seducente che si chiamava Stanislas. Egli si rivolse a Katia con grande dolcezza e le disse:
– Verrò ogni sera da te, ma a mezzanotte dovrò andare via. Per un terribile incantesimo, compiuto contro di me dalla maga della sorgente, non posso mostrare il mio volto a nessuno, fuorché a te che hai accettato di diventare mia sposa senza conoscermi. Se qualcun altro scoprisse il mio aspetto sarei costretto a sparire.
Il giovane le fece perciò promettere di non rivelare ad altri il loro segreto. Da quella volta, ogni sera Stanislas tornò a far visita alla fanciulla, ma quando s’udiva l’ultimo rintocco della mezzanotte, si copriva con la pelle di lupo e spariva nell’oscurità.
Katia cominciò ad amarlo, ma non seppe tener fede alla promessa fatta. Si confidò con suo padre e questi, nella speranza di porre fine all’incantesimo della sorgente, rubò la pelle di lupo e la bruciò nel bosco.
A mezzanotte quando il giovane s’accorse di non poter indossare il suo travestimento, disse alla fanciulla:
– Non possiamo più vederci. Purtroppo devo partire per un paese molto lontano, al di là del mare. Ma se un giorno vorrai venire da me, dovrai calzare scarpe di ferro per camminare e colmare con le tue lacrime un paiolo di ferro.
Detto questo Stanislas andò via, mentre Katia cominciò a piangere per il dolore. Subito il padre le portò un paiolo di ferro per raccogliere le lacrime che, cadendo copiosamente dai suoi occhi, ben presto riempirono il recipiente fino all’orlo.
La fanciulla attese qualche tempo, sperando in cuor suo che il giovane tornasse. Lo aspettò con ansia ogni sera, ma invano: Stanislas sembrava sparito per sempre.
Infine, stanca dell’inutile attesa, decise d’intraprendere il viaggio per ritrovare il suo amato. Il padre le preparò delle scarpe di ferro, così Katia partì.
Il percorso per raggiungere il mare fu lungo e doloroso; le scarpe di ferro le procuravano ad ogni passo un’atroce sofferenza. Una sera in cui si sentì troppo stanca per proseguire, la fanciulla volle riposarsi. Si avvicinò a una capanna, davanti alla quale sedeva un vecchio che, con aria sorpresa, le domandò:
– Chi sei? Come sei riuscita ad arrivare fin qui?
Katia raccontò la sua triste storia e il vecchio l’ascoltò con compassione e tenerezza.
– Interrogheremo la Luna per avere notizie del tuo Stanislas – disse l’uomo al termine del racconto e, con strani gesti di rito, chiamò l’astro notturno.
– Non ho visto il giovane di cui mi chiedi, – rispose la Luna – ma va da mio fratello il Sole, che con i suoi raggi arriva in luoghi lontani cento miglia: può darsi che ti possa dare qualche notizia di lui.
Katia seguì le indicazioni che la Luna le aveva fornito e giunse alla dimora del Sole, portando con sé una noce che l’astro notturno le aveva regalato. Purtroppo neanche il Sole potette esserle utile: non aveva mai visto Stanislas. Le suggerì però di andare dal Vento e, dopo aver regalato un’altra noce alla sfortunata fanciulla, le indicò la strada da percorrere.
Il Vento soffiava rabbioso quando Katia arrivò, ma vedendola così triste e smarrita, si quietò e ascoltò la sua richiesta.
– Aiutami a ritrovare il mio amato Stanislas – gli disse con semplicità la ragazza.
– Egli vive al di là del mare – le rispose il Vento.
– Credo però che il giovane sia prigioniero di un’altra donna. Ad ogni modo, ti accompagnerò da lui.
Il Vento guidò Katia oltre il mare e poi la lasciò, donandole una terza noce.
Finalmente la fanciulla giunse al paese in cui viveva Stanislas. Egli abitava in un castello, prigioniero della maga della sorgente, che era innamorata di lui. Ma Katia non si perse d’animo: lo avrebbe salvato a qualunque costo. Si recò dunque al castello e, fingendo di essere una principessa, chiese ospitalità alla sovrana. La maga la fece alloggiare in un sontuoso appartamento, ma volle subito metterla alla prova. La stessa sera la invitò ad una grande festa: Katia avrebbe dovuto indossare un abito adatto, un abito come quelli che soltanto le principesse posseggono. La giovane era disperata quando, inavvertitamente, ruppe una noce; da essa uscì uno splendido abito d’argento che le andava alla perfezione.
La maga invidiosa desiderò ardentemente quell’abito, i cui riflessi argentei illuminavano la pelle della giovane rendendola bellissima.

– Ve lo regalo – propose la fanciulla – se mi concedete di trascorrere un giorno con Stanislas.

La donna accettò, ma prima fece bere al suo prigioniero un elisir d’oblio. Katia parlò a Stanislas del loro amore, della sorgente, della pelle di lupo, delle lunghe serate trascorse insieme nel lontano villaggio. Ma il giovane non ricordava nulla.
La sera successiva Katia ruppe la seconda noce, da cui uscì un abito meraviglioso del colore del sole. Anche questa volta l’avida maga lo desiderò per sé e perciò si accordò nuovamente con la giovane. Ma tutto si svolse nella stessa maniera, perché Stanislas aveva ancora bevuto l’elisir dell’oblio e non ricordava niente.
Katia sperava che la terza noce le avrebbe portato maggiore fortuna e la sera dopo la ruppe. Ne uscì un abito stupendo, leggero e cangiante come il vento. Subito la fanciulla lo scambiò con un’altra giornata da trascorrere con Stanislas.
Questa volta però Katia, che aveva notato il gesto della maga, riuscì a sostituire la magica essenza con dell’acqua. E quando rimase sola con Stanislas questi si ricordò della sorgente, della pelle di lupo e della fanciulla così dolce che egli aveva tanto amato.
– Mio caro – esclamò Katia – finalmente ti ho ritrovato! Così come tu desideravi, ho riempito un paiolo con le mie lacrime e ho calzato scarpe di ferro per raggiungerti.
Stanislas la prese tra le sue braccia e giurò:
– Tu sarai la mia sposa e non ci lasceremo mai più! La maga, furiosa, capì che l’amore aveva trionfato sul suo incantesimo e sparì per sempre portando con sé i tre abiti.
I due giovani si sposarono e vissero felici nel castello che si trova al di là del mare.

Liberastorie

Le fiabe non le so scrivere, ma di certo le vivo.

Liberastorie all’opera!

Emanuela

La parte difficile non è dimenticare il passato, la parte difficile è ricordare chi sei…

Emanuela

“Psiche, allora, andò in cerca dell’amato. Per trovarlo, però, dovette superare delle difficili prove imposte da Venere. La ragazza riuscì a superare tutte le prove, anche grazie all’aiuto di esseri divini. L’ultima prova consisteva nello scendere negli Inferi per chiedere a Proserpina un po’ della sua bellezza.”
Apuleio – Metamorfosi-

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Quando mi chiedono perché sono single, quando mi chiedono come sia possibile che “una come me” non abbia un compagno, sollevo leggermente le spalle e storco la bocca in un ghigno a labbra strette, che vorrebbe dire: “Non lo so”.

Quando lo faccio, quando sollevo le spalle e atteggio la bocca in quella posa sospetta di dubbia innocenza, di inconsapevolezza, sto mentendo. Spudoratamente.

Io lo so, perché sono single, perché “una come me” non ha un compagno. Ha a che fare col fatto che amo con le mani aperte, senza trattenere, e dall’amore mi aspetto che mi faccia sentire diversa, nel senso di diversa da ciò che sono abitualmente, da ciò che sono quando sto con gli altri, quando sento il bisogno di tracciare confini, di imbracciare lo scudo, quando devo inventarmi un altro modo per stare al mondo, per sopravvivere, per non soffocare dentro quel metodo di conservazione che la vita chiama “sottovuoto” e che ci mantiene fermi, illesi ed incorrotti, ma senza aria. Diversa, nel senso di uguale a me stessa per la prima volta. Dall’amore mi aspetto che mi faccia scoprire chi sono e che, in quella scoperta, mi trovi felice e indifesa, senza frecce dentro la faretra, senza parastinchi sul cuore, a mio agio nella mia pelle, la stessa che abito da sempre, distrattamente, e con la quale più di una volta sono entrata in guerra, fino al giorno in cui l’amore che ama con le mani aperte non ci ha riconciliate.

Dall’amore mi aspetto di chiamarlo amore soltanto se sconvolge i piani; se succede parlando ma non ha bisogno di spiegarsi; se mi prende in contropiede ma non gioca sporco; se sa stare zitto ma non sa tacere; se mi fa sentire indipendente ma non mi fa sentire sola; se mi spoglia tutta e mi guarda nuda pure quando non mi tocca; se azzera i cronometri e non tiene conto del tempo; se ci penso e sorrido; se mi rende migliore; se tu hai la tua vita, io ho la mia, e insieme facciamo un’alleanza, un patto di mutuo soccorso, una cosa che non te lo dico ma so che, se mi lasciassi cadere di schiena, mi prenderesti.

Antonia Storace

(Foto web)

Anniversario

“Se sei una Donna Forte proteggiti dai parassiti che vorrebbero mangiare il tuo cuore. Essi usano tutti i travestimenti dei carnevali della Terra:
si vestono come colpe, come opportunità, come prezzi che bisogna pagare.
Ti frugano l’anima, insinuano il trapano dei loro sguardi o dei loro pianti
nel più profondo magma della tua Essenza….
non per accendersi con il tuo fuoco
ma per spegnere la passione, l’erudizione delle tue fantasie.

Se sei una Donna Forte devi sapere che l’aria che ti nutre,
trasporta anche parassiti, mosconi, minuti insetti che cercheranno di abitare nel tuo sangue e nutrirsi di quanto è solido e grande in te.
Non perdere la compassione, ma temi ciò che conduce a negarti la parola,
a nascondere chi sei… ciò che ti obbliga ad addolcirti, ammorbidirti
e ti promette un regno terrestre in cambio del sorriso compiacente.

Se sei una Donna Forte preparati per la battaglia:
impara a stare sola, impara a dormire senza paura nella più assoluta oscurità, impara che nessuno ti lancia corde quando ruggisce la tempesta,
impara a nuotare controcorrente.
Allenati nelle attività della riflessione e dell’intelletto.
Leggi, fa l’amore con te stessa, costruisci il tuo castello,
circondalo di fossi profondi, però fai ampie porte e finestre.
È necessario che coltivi enormi amicizie,
che coloro che ti circondano e ti amano sappiano chi sei….
fatti un cerchio di falò e accendi nel centro della tua stanza
una stufa sempre ardente, dove si mantenga il bollore dei tuoi Sogni.

Se sei una Donna Forte proteggiti con parole e alberi
e invoca la memoria di Donne Antiche.
Devi sapere che sei un campo magnetico
verso il quale viaggeranno urlando i chiodi arrugginiti
e l’ossido mortale di tutti i relitti.
Proteggi, dà rifugio, però prima proteggi te stessa.
Mantieni le distanze
Costruisciti.
Abbi cura di te.
Conserva il tuo Potere.
Difendilo.
Fallo per Te:
Te lo chiedo in nome di tutte noi.

Gioconda Belli

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“Ci sono persone che non potranno mai arrivare a “Fantàsia,” e ci sono persone che possono farlo, ma che poi restano là per sempre. E infine, ci sono quei pochi che vanno a “Fantàsia” e tornano anche indietro. Come hai fatto tu. E questi risanano entrambi i mondi.”
(Michael Ende – La storia infinita)

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