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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

Mese

novembre 2018

Gentilezza

Prima di sapere che cosa sia veramente la gentilezza
devi perdere delle cose,
devi sentire il futuro dissolversi in un momento
come il sale in un brodo leggero.
Ciò che tenevi nella mano,
quello che avevi contato e conservato con tanta cura,
tutto questo deve andarsene così saprai
quanto possa essere desolato il paesaggio
fra le regioni della gentilezza.
Come tu vai avanti a viaggiare,
pensando che l’autobus non si fermerà mai,
così i passeggeri che mangiano pollo e mais,
continueranno a guardar fuori dai finestrini per sempre.

Prima di imparare la dolce gravità della gentilezza,
devi viaggiare fin dove l’Indiano, nel suo poncho bianco,
giace morto sul ciglio della strada.
Devi capire che potresti essere tu quell’uomo
e che anche lui era qualcuno
che viaggiava nella notte con dei progetti
e con il semplice respiro che lo teneva in vita.

Prima che tu riconosca la gentilezza come la tua cosa più profonda,
devi riconoscere il dolore come l’altra cosa più profonda.
Devi svegliarti con il dolore.
Devi parlare al dolore finché la tua voce
non avrà afferrato il filo di tutte le sofferenze
e avrai dunque visto l’intero tessuto.

Allora sarà solo la gentilezza ad avere senso,
solo la gentilezza che ti allaccia le scarpe
e che ti fa uscire incontro al giorno
ad imbucare lettere o comprare il pane,
solo la gentilezza che alza la testa
in mezzo alla folla del mondo per dire
è me che hai continuato a cercato,
e che poi ti accompagna ovunque
come un ombra o un amico.

Naomi Shihab Nye

La guarigione del ventre femminile

“Quando una donna fa l’amore con peni compulsivi ed egoisti, che non sanno essere presenti amorevolmente dentro la sua pancia, sta accentuando la ferita”.

La pancia, l’utero femminile, è stato aggredito per migliaia di anni, dal mondo maschile e dalla sua energia razionale che ha dominato la civiltà, staccata dal cuore e dalla madre terra.

Ancora oggi è stato aggredito terribilmente nella nostra “avanzata” civiltà. Viene aggredito quando l’uomo continua a usarlo per scaricare tutta la sua frenesia mentale, quando tanti e tanti uomini si masturbano nel ventre di una donna e questo lo chiamano fare l’amore.

E la propria donna, quando permette che ogni uomo entri dentro di lei, e quando lei stessa copia i modelli sessuali mascolinizzanti, si rivolge ad una sessualità superficiale (clitoridiana) e diventa quel tipo di donna, così comune oggi, che utilizza attivamente la sessualità disgiunta dal sentimento.

La Dea è l’energia femminile ed è legata al potere della sua pancia, che guarisce, la lega direttamente con l’energia del cuore e con la presenza dell’essere, del tutto.

E ‘ necessario che il ventre femminile sia guarito da tutto il dolore, da tutto il terrore e da tutto il rancore, dal karma collettivo, da migliaia di anni di schiacciamento delle donne, di disprezzo e di aggressione alla dea.

Lo stesso atto sessuale, nella forma tantrica, è una potente forma di guarigione. Il contatto con il pene di un uomo che è guarito o che è sulla via cosciente di guarigione, che ha aperto il suo cuore, che ha integrato in sé l’energia femminile, l’energia della Dea, inizia, tuttavia, a purificare Il ventre femminile.

Inizia a darle “nuove informazioni”, questa volta dalla considerazione, dall’amore. Ecco perché è molto importante per ogni donna sulla via della guarigione cosciente, essere attenta nelle sue relazioni. Non si tratta di repressione, di negare ora il diritto di libertà sessuale, così faticosamente raggiunto; ma di una presa di coscienza di “quello che stiamo facendo”.

Guarire la mente è guarire il corpo, la donna deve “abbracciare il suo drago”, rendersi consapevole della sua ferita e guarirla attraverso il perdono cosciente. Non si tratta di creare colpevoli. La guarigione dell’essere umano richiede che capiamo che la nostra storia è una storia collettiva, è la storia del risveglio della coscienza, e in quella storia siamo stati tutti coinvolti in molte vite, a volte facendo una cosa e a volte altre.

La stessa cosa richiesta per la guarigione del pianeta è che l’uomo apra il suo petto e integri la donna dentro di lui, e quella stessa guarigione richiede che la donna curi la sua ferita attraverso la comprensione di se stessa.”

(Keshavananda)

“Le persone più incantevoli al mondo, hanno sempre un vissuto complesso. Sono spesso le più difficili , ma anche quelle che sanno dare di più.
Chi ha fardelli di dolore interiori, ma non si è arreso, riserva a chi ama i sorrisi migliori, quelli ancora vivi…”
(Giorgio Faletti)

Respiro

Ci sono cose uguali, eppure diverse.
Ci sono posti uguali che cambiano spesso.
Ci sono respiri che non riesci a fare e alcuni fanno male in gola se li trattieni.
Poi ce ne sono altri che lasci andare.
Quelli regalano la vita oggi.
Il respiro dentro le cose, nei luoghi e dentro di te è sempre nuovo.
È il respiro che trasforma ciò che sembra uguale in ciò che invece è diverso.

Qui, ora, respira❣

Emanuela

La tenerezza non sceglie la propria destinazione. Va verso ogni cosa, senza distinzione.

Jane Hirshfield

L’amore eterno non esiste. Eppure esiste la promessa, l’aspirazione degli amanti a rendere il loro amore eterno. Questa aspirazione non va ridicolizzata. Non è il volto immaturo dell’amore. Piuttosto è la potenza dell’amore che sa introdurre l’eterno nel tempo, che sa trasformare la contingenza dell’incontro in una necessità che si ripete.

Massimo Recalcati

Ciao e basta.

Giornata livida e piovosa. Lei è in fila allo sportello della banca con in mano il numero trentasette, mentre una voce metallica e anonima chiama il numero nove.
Tra gente nuvolosa, che starnutisce e scatarra, incrocia lo sguardo di qualcuno che sembra conoscerla: a prima vista un bell’uomo, sulla cinquantina, più o meno la sua età. Ha un’aria trasandata, vagamente familiare.

Non vorrebbe fissarlo, tuttavia sente lo sguardo dell’altro su di lei; gira leggermente la testa e torna a dare un’occhiata.
Incontra occhi scuri, forse neri, probabilmente prima di lei, si è chiesto dove è stata l’ultima volta che l’ha vista.

Improvvisamente ecco che sotto il mantello di anni e di nebbia riconosce lo sguardo di un ragazzino pestifero: non è altro che il suo primo fidanzatino, avuto all’età di unidici anni. Lui anche la riconosce, si vede dagli occhi che sorridono, e forse un tantino imbarazzato dice, ciao!

Ciao? “Ciao”, come se non avessero attraversato mille vite
“Ciao”, come se si fossero visti l’ultima volta ieri; come se lei fosse ancora quella ragazzina timida e chiusa ermeticamente dentro un barattolo di marmellata di fragole scaduta. Soltanto gli occhi bastano a riconoscersi?

Ciao, risponde lei, mentre il tumulto di domande mute le invadono la testa.
Le guance avvampano.

Chissà se la sua vita somiglia, appena appena, a come la sognava da bambino?
Chissà se, qualche volta, ancora suona i campanelli e scappa via?

“Ciao” e “che palle”, pensa di se stessa.

Quanto ci ha messo dentro in questo semplice saluto.
Lei che ancora corre a scrivere quando le accade qualcosa, anche di notte lo fa. Una vecchia abitudine.
Da ragazzina teneva quaderni zeppi, zeppi, fino a quando non ha scoperto che sua mamma li leggeva di nascosto. Così ha iniziato a scrivere solo quello che immaginava lei volesse leggere.

Ciao, solo ciao è bastato a far giungere infinita tenerezza verso due ragazzini che per caso, si sono incrociati, salutati e in una frazione di secondo, hanno fatto un tuffo temporale di un milione di anni, o almeno questo è quello che capitato a lei.

Ciao alla bimba chiusa nel barattolo, ciao al ragazzino ribelle.

Ciao, senza rimpianti, solo tenerezza, ciao e basta.

Fuori piove, sorride.
Ciao.

Finita nell’Infinito

A volte mi illudo di poter contenere il mare in un secchiello. Lo vorrei portare a casa per sentirne ogni tanto l’odore, oppure per tentare di arginare il senso di smarrimento che provo certe volte, quando mi ci metto davanti. Il mare, se lo guardi dalla riva, sembra che lo comprendi. Ogni cosa se la guardi dalla riva sembra comprensibile, anche l’Infinito. I tentativi messi in campo per rendere l’Infinito finito, all’Immensita’ fanno tanta tenerezza, credo. Delle volte dimentico di essere un po’ mare anche io. Sono una goccia d’acqua di mare, dentro un mare Infinito di gocce che, pur appartenendo al mare, non sono il mare. Sento che il mare ha bisogno di questa goccia, e la goccia senza il mare probabilmente non esisterebbe. Il senso di tutto ciò che accade alla goccia, sta all’interno dell’ infinito mare. Ogni volta che sento il bisogno di “spiegare” mi ricordo che se comprendessi l’infinito, io sarei lnfinito ma per quello che è finito, non è possibile comprendere l’Infinito. Sono goccia di finito dentro un mare Infinito. Il senso della goccia sta dentro il mare. Questa è la mia natura, e va bene cosi.

Emanuela

Il fotografo

Per ogni evento che accade è possibile immaginare di assumere diversi punti di vista che ne permettano una lettura il più possibile integrale.

In questa foto ritengo almeno tre : il punto di vista di chi chiude la porta, di chi o cosa resta dietro la porta chiusa, il punto di vista di chi ha scattato la foto.
Il fotografo assume il punto di vista di un osservatore.

Per ogni evento che avviene o stato d’animo che proviamo, possiamo tentare di assumere almeno tre diversi punti di vista, ma anche di più!

Ogni punto di vista ha una propria verità che ha fame di dignità e come tale va rispettato.

Certo è che l’ osservatore, ha la massima libertà di movimento, è colui che, meglio degli altri, assume di volta in volta, una posizione attiva.
E’ quello che si sposta.
Spostandosi agisce un’azione, curioso si muove e scopre che, la stessa situazione può essere vista sotto diverse angolazioni.

L’osservatore potrebbe, addirittura, assumere una posizione “neutra” mettendo distanza tra sé e ciò che guarda.
La distanza che mette, permettere una maggiore consapevolezza nella lettura di ciò che è oggettivo.

Tuttavia la neutralità è condizione data soltanto ai grandi saggi.
Ognuno di noi infatti, focalizza il proprio obiettivo spesso a ciò che è funzionale, cioè a quello che in un dato momento ha il compito di appagarci, dimenticando che, ciò che è funzionale, spesso è in scacco delle fragilita’ del “fotografo”.

Emanuela

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