“Non mi fido, non mi fidero’ mai più!…”

Spesso affermiamo categoricamente che non potremmo più fidarci di quell’uomo o di quella donna, o di quel gruppo di persone, della famiglia, dei colleghi, dei figli, di qualcuno che ha ferito o deluso tanto profondamente le nostre aspettative.

La ferita della delusione brucia molto.

E spesso la delusione è reciproca.

Perdere la fiducia di qualcuno a volte è inevitabile, così come perdere la fiducia in qualcuno.

La mancanza di fiducia impedisce ogni “impresa” si voglia mettere in piedi.

Impossibile pretendere la fiducia di qualcuno!

E allora?

A ben guardare, la fiducia che viene a mancare è soprattutto verso noi stessi, verso la nostra capacità di giudizio, verso la capacità di riconoscere il “pericolo”, o ciò che è giusto oppure sbagliato.

“Se sono stato/a in grado di permettere questo, allora non sono in capace di giudicare in modo corretto!” Oppure, “ho sbagliato nel giudicare”.

Giudicare spesso equivale a condanna già sentenziata.

Credo che si tratti allora di andare, in modo consapevole, verso una persona diversa da noi, con esperienze diverse dalle nostre, in un incontro dell’io col tu.

È auspicabile che l’incontro avvenga sul piano di una verità reciproca.
Con tutta la verità di cui siamo capaci.

“Non mi fido di me, non mi fido più di me stesso/a”.

Allora non si tratta tanto di fidarci di un altro, a partire dalle aspettative sul suo comportamento, quanto di ripristinare un buon rapporto con noi stessi, piantare bene qualche paletto di protezione saltato, per essere in grado di andare verso di lui senza sentirlo come minaccia.

“Quanto sei disposto a fidarti di te?”

Si tratta di riconoscere che siamo in grado di aver cura di ciò che sentiamo e di ascoltarlo in modo costante e pacifico. Di concederci la domanda: “Cosa mi sta dicendo quello che sto provando in questo momento?”

L’altro parla di noi.
Non ci fideremo dell’altro finché non saremo certi di cosa proviamo noi per noi.

“Si, mi fido di ciò che provo, sono in grado di ascoltarmi, di proteggermi, l’altro non mi serve da stampella.
Io sono responsabile di ciò che provo e faccio, l’altro lo è per se stesso.”

A questo punto siamo liberi entrambi: possiamo fidarci entrambi restando su un piano di non pretesa, di non perfezione, di non infallibilità, soprattutto di non responsabilità sua per la mia vita.

Ci incontriamo con tutta la sincerità che possiamo… Ora, nell’impermanenza dell’essere.

Emanuela😀