Davanti a un tè ci domandiamo perché scriviamo poesie.

Dieci persone le leggono, in ogni caso.

A tre non piacciono

per partito preso.

Tre provano un vago struggimento

ma devono pensare ai rubinetti che perdono

e al traffico cittadino.

A due piacciono

e non avrebbero problemi a dirtelo,

ma non sanno come.

Un’altra è tutta presa a preparare domande

sulle facili ironie

e sulla politica dell’identità.

La decima si chiede

se porti le lenti a contatto.

E noi

corrotti come chiunque altro

da un mondo assuefatto

ai carboidrati

e alle parole,

brancoliamo ancora

fra tramonti, metrica e

schegge di speranza

per un istante

liberi

dal terribile contagio

dell’abitudine.

Arundhati Subramaniam