C’era un volta, ora non più.
Questa è la storia che mi piace di più.

La principessa è sola. Svuotata e delusa.
L’amore finisce, anche nelle favole.
Questo non ce lo raccontano da bambine. Le storie tramandate hanno un epilogo certo: “E vissero felici e contenti”. Cresciamo con l’idea che in  realtà è proprio così,  storie d’amore magiche, con un finale sempre lieto.

La favola è finita, l’incantesimo  è rotto.
Il Cavaliere lascia  il castello e la principessa. 
Nessun bacio che la risveglia,  nessuna scarpetta di cristallo al piede.
La principessa è sola.
Immagina  la solitudine come qualcosa di terrificante, da cui sfuggire, un mostro nero che vuole mangiare i colori dell’amore.

Una favola che si rispetti ha necessità della presenza di un eroe che salva. Un principe appunto.
Il Principe è un uomo.
È descritto spesso biondo e con  occhi azzurri, come se queste caratteristiche risultassero più innocue o rassicuranti di altre.

Nella realtà, l’uomo che amiamo ha  poco a che  vedere con il  cavaliere immaginario di cui leggiamo. In realtà è solo un uomo, un piccolo uomo.

Una caratteristica delle principesse è che attendono che qualcosa accada. Qualcosa o qualcuno che le liberi da un luogo, da un incantesimo, insomma da un laccio che impedisce loro di vivere. Hanno capelli morbidi, profumati, sono sempre gentili; belle, mansuete, disponibili. Pare che non si ribellino mai al proprio destino.

Come mai Biancaneve, dopo aver scoperto che la matrigna la vuole  morta, non  torna al castello  per  affrontarla e dirgliene quattro? Perché Cenerentola non ha mai fatto un dispetto alle terribili sorellastre? E Raperonzolo, come mai non ha usato i suoi lunghi capelli per fuggire dalla torre anziché calarli  giù per farci arrampicare il principe?

In ogni fiaba che si rispetti poi, c’è un aiutante che arriva ad un certo punto della storia per cambiare il corso degli eventi. L’aiutante è fondamentale, cambia la prospettiva.

Non c’è vero fondamento al ” e vissero felici e contenti”, non c’è un fondamento credo; ma noi donne fin da piccole sviluppiamo  il bisogno atavico di credervi. Certo le storie raccontano qualcosa di noi, ed ognuna ama una storia in particolare per questo.

Le favole, quelle classiche, mi hanno condizionato la vita. Da piccola erano le mie letture preferite. Un mondo fantastico che appariva plausibile: il rospo trasformato in principe grazie ad un bacio, la bimba tanto piccola da dormire nel guscio di una noce. Animali parlanti e gatti che a volte indossano stivali. Lupi spesso ridicoli o volpi più sagge degli esseri umani. Bambini abbandonati nel bosco, astuti e coraggiosi.
Le favole mi insegnavano la leggerezza.

Noi siamo la favola che ci raccontiamo.
Se smettiamo di seguirne il  copione stabilito diventiamo scrittori e ideatori di storie.  Possiamo scegliere in che modo  immaginare l’evolversi di una  storia, nuovi sviluppi e finali possibili da inventare.
A questo punto non resta che  agire.

La principessa della mia storia, oggi, rifiuta di restare chiusa nella torre ad aspettare un cavaliere che, forse non tornerà mai  più, disperso  in un bosco di rovi, vittima di un incantesimo.
La principessa della mia storia ha deciso di indossare scarpe da ginnastica. Le scarpe da ginnastica cambiano il suo punto di vista.
Lei diventa l’eroe.
Con le scarpe da ginnastica può camminare speditamente, può fare lunghi tratti, può attraversare luoghi caldi, ma anche freddi.
Le scarpe da ginnastica sono comode.
Può decidere di andare  verso il bosco di rovi,  forse.
Oppure  dirigersi verso il mare, forse.
Può decidere di saltare un fosso, oppure di camminarci dentro. Chissà.

La storia continua… per il finale c’è tempo.

Emanuela