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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

Mese

maggio 2017

Io, il tempo e Lea

Ho preso da tempo l’abitudine di andare ogni mattina  in giardino con in mano la mia  prima tazza di caffè. Mi piace molto uscire presto, quando ancora tutti dormono e respirare l’aria fresca dell’alba. 

Indosso il mio vecchio maglione grigio a tutte le stagioni e,  anche se fuori piove, non mi arrendo.
 Sentire,  ascoltare, sentirmi,  prima che tutto della giornata avvenga.
Resto concentrata sul mio respiro,  che è anche il respiro del piccolo mondo che mi circonda.
Passeggio lentamente con Lea al mio fianco.  Ogni tanto, la curiosa, scodinzolando  corre dietro a qualcosa che si muove nell’erba. Io la osservo e la lascio fare.
Poche cose, come questa,  sto imparando a fare alla mia età.
Prendere il tempo “lento della lumaca”. Viverlo e goderlo.
 Non so quanto ancora mi resti da vivere, intanto godo di questo tempo trovato, delle mie rose piantate e nel pieno dello sviluppo, in questa stagione.
Io ora qui, cerco di godere il  mio tempo. Vivo l’attimo presente in assenza di certezze e dogmi. Assorbo da ogni cellula del mio corpo,  la luce che si trasforma in pace, pace del cuore. Respiro l’aria avidamente, guardo  quello che mi circonda e scopro che, vivere non è poi così male
dopotutto.

 Adesso  è tutto ciò di cui ho bisogno.

Emanuela 

Le principesse indossano scarpe da ginnastica.

C’era un volta, ora non più.
Questa è la storia che mi piace di più.

La principessa è sola. Svuotata e delusa.
L’amore finisce, anche nelle favole.
Questo non ce lo raccontano da bambine. Le storie tramandate hanno un epilogo certo: “E vissero felici e contenti”. Cresciamo con l’idea che in  realtà è proprio così,  storie d’amore magiche, con un finale sempre lieto.

La favola è finita, l’incantesimo  è rotto.
Il Cavaliere lascia  il castello e la principessa. 
Nessun bacio che la risveglia,  nessuna scarpetta di cristallo al piede.
La principessa è sola.
Immagina  la solitudine come qualcosa di terrificante, da cui sfuggire, un mostro nero che vuole mangiare i colori dell’amore.

Una favola che si rispetti ha necessità della presenza di un eroe che salva. Un principe appunto.
Il Principe è un uomo.
È descritto spesso biondo e con  occhi azzurri, come se queste caratteristiche risultassero più innocue o rassicuranti di altre.

Nella realtà, l’uomo che amiamo ha  poco a che  vedere con il  cavaliere immaginario di cui leggiamo. In realtà è solo un uomo, un piccolo uomo.

Una caratteristica delle principesse è che attendono che qualcosa accada. Qualcosa o qualcuno che le liberi da un luogo, da un incantesimo, insomma da un laccio che impedisce loro di vivere. Hanno capelli morbidi, profumati, sono sempre gentili; belle, mansuete, disponibili. Pare che non si ribellino mai al proprio destino.

Come mai Biancaneve, dopo aver scoperto che la matrigna la vuole  morta, non  torna al castello  per  affrontarla e dirgliene quattro? Perché Cenerentola non ha mai fatto un dispetto alle terribili sorellastre? E Raperonzolo, come mai non ha usato i suoi lunghi capelli per fuggire dalla torre anziché calarli  giù per farci arrampicare il principe?

In ogni fiaba che si rispetti poi, c’è un aiutante che arriva ad un certo punto della storia per cambiare il corso degli eventi. L’aiutante è fondamentale, cambia la prospettiva.

Non c’è vero fondamento al ” e vissero felici e contenti”, non c’è un fondamento credo; ma noi donne fin da piccole sviluppiamo  il bisogno atavico di credervi. Certo le storie raccontano qualcosa di noi, ed ognuna ama una storia in particolare per questo.

Le favole, quelle classiche, mi hanno condizionato la vita. Da piccola erano le mie letture preferite. Un mondo fantastico che appariva plausibile: il rospo trasformato in principe grazie ad un bacio, la bimba tanto piccola da dormire nel guscio di una noce. Animali parlanti e gatti che a volte indossano stivali. Lupi spesso ridicoli o volpi più sagge degli esseri umani. Bambini abbandonati nel bosco, astuti e coraggiosi.
Le favole mi insegnavano la leggerezza.

Noi siamo la favola che ci raccontiamo.
Se smettiamo di seguirne il  copione stabilito diventiamo scrittori e ideatori di storie.  Possiamo scegliere in che modo  immaginare l’evolversi di una  storia, nuovi sviluppi e finali possibili da inventare.
A questo punto non resta che  agire.

La principessa della mia storia, oggi, rifiuta di restare chiusa nella torre ad aspettare un cavaliere che, forse non tornerà mai  più, disperso  in un bosco di rovi, vittima di un incantesimo.
La principessa della mia storia ha deciso di indossare scarpe da ginnastica. Le scarpe da ginnastica cambiano il suo punto di vista.
Lei diventa l’eroe.
Con le scarpe da ginnastica può camminare speditamente, può fare lunghi tratti, può attraversare luoghi caldi, ma anche freddi.
Le scarpe da ginnastica sono comode.
Può decidere di andare  verso il bosco di rovi,  forse.
Oppure  dirigersi verso il mare, forse.
Può decidere di saltare un fosso, oppure di camminarci dentro. Chissà.

La storia continua… per il finale c’è tempo.

Emanuela

La grammatica è una canzone dolce

“Gli abitanti si erano fatti , come voi, sgraffignare tutte le parole. Anziché venire da noi a reimpararle, hanno pensato di poter vivere nel silenzio. Non hanno più nominato niente. Mettetevi al posto delle cose, dell’erba, degli ananas, delle capre…A forza di non sentirsi mai chiamare, si sono intristiti, sempre più magre, e poi sono morte. Morte per mancanza d’attenzione; morte, a una a una, di disamore. E gli uomini e le donne avevano scelto il silenzio sono morti a loro volta”.

Erik Orsenna 

Lisa

​ Seduta sullo  scoglio,   il  quaderno dalla foderina rigida  poggiato sulle ginocchia, la  Bic nera tra le dita, scrive.

Ogni parola, ogni pensiero che le  urla nella  testa, la travolge come un fiume in piena. Scrive di getto, senza pensare:
“L’amore è destinato a finire proprio quando ne hai piu’ bisogno”.
Chiude il quaderno con la Bic in mezzo.
I pensieri  le  ingolfano la  testa come quando, sul raccordo anulare all’ora di punta, ti accorgi di aver imboccato lo svincolo sbagliato e non riesci ad andare né avanti né  indietro.
Ferma lì, bloccata nel traffico ti domandi
dove si fa  l’inversione di marcia, per quale motivo  ti è sfuggito  il cartello che, per tempo, indicava l’uscita.

Il mare, nel frattempo si è alzato.  Il rumore delle onde che si schiantano sulla  roccia la fa tremare.
Oppure ha solo freddo.
È stanca, confusa e disorientata. Ha voglia di perdersi definitivamente e non solo con i pensieri. Il mare la chiama.
In alto un gabbiano volteggia avido in cerca di cibo.
Lo vede tuffarsi poco distante  e risalire con un piccolo pesce chiuso nel  becco.
Il sole sta tramontando. Guarda il quaderno e decisa lo riapre, strappa il foglio scritto, lo stringe con forza, accartocciandolo tra le mani e  con slancio, lo getta in acqua. Ripone decisa la Bic nella borsa. Si alza lentamente.  Avverte un  dolore all’altezza della milza.
Nessuno saprà mai il suo tormento.

Emanuela 

Donne che corrono coi lupi

“In qualunque istante c’è molto movimento che può far strage dello spirito e dell’anima , tentando di distruggere l’intendimento o facendo pressioni affinché si dimentichino le domande importanti, non tanto quelle di prammatica in una certa situazione, ma domande quali: In questa faccenda dove sta l’anima? Si procede nella vita, si conquista terreno , si raddrizzano le ingiustizie e si sta ben eretti contro i venti mediante la forza dello spirito”.

– Clarissa Pinkola Estés- ( pag. 528)

Le parole degli altri

“Ci sono momenti fondamentali nelle nostre esistenze, momenti così forti da anestetizzare la realtà. Momenti in cui l’olio di fegato di merluzzo arriva a sembrare una pietanza ricca di sapore, o la puntura di un calabrone una carezza affettuosa. Ma per goderli bisogna saperli riconoscere. Non buttarli via. Perché non tornano più e lasciano in bocca il gusto amaro del tempo perduto”.

  Michael Uras pag.343

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