Guarda il piatto davanti a sé, immobile. È seduta sulla vecchia sedia verde di paglia della cucina, mentre avverte scorrere via la vita. Bianco, con due giri di oro intorno, il piatto la sfida inesorabilmente, muto e freddo.

Lo stomaco serrato le fa un male cane. A nulla serve piegarsi leggermente in avanti per placarlo.

Un nodo fisso le chiude la  gola da giorni. “Chi l’ ha detto che mangiare fa bene?” Pensa, serrata in un silenzio urlante.

Un arcipelago di cibo, diversamente colorato, fa da contrasto al bianco della porcellana che lo contiene. Sa che dovrebbe mangiare, tentare almeno, forzare quel nodo, affrontare quel dolore che  stritola lo stomaco. Il turbinio di pensieri che la invade la immobilizza. La mano che tiene la posata di acciaio gelido non ne vuole sapere di affrontare il viaggio per raggiungere la bocca.

Le tornano in mente immagini, come in un film già visto. Fotogrammi della sua vita passata.  Il  dolore affonda gli artigli nelle sue interiora. L’angoscia che prova  la vuole mangiare, divorare.  La lascia fare.

Parole e figure le implodono vorticosamente nella testa: arrivano come un pugno al centro del  petto, sotto lo sterno. Il piatto è ancora lì, con tutte le sue varietà, con tutte le sue possibilità di vita.

Si alza lentamente dalla sedia, e tenendosi stretta al suo stomaco, si dirige in silenzio verso il bagno.