Il treno che mi riporta a casa sta correndo sui binari. Dal finestrino vedo fuggire  alberi, case e montagne. Si allontanano così velocemente, che quasi non riesco a distinguere le une dalle altre.
Sono stanca e un po’ assonnata. La mia vicina, seduta accanto a me lascia squillare a lungo il suo smartphone. Lo prende, lo gira, lo guarda  e lo posa sul tavolinetto di fronte. A quanto pare non intende rispondere. È curata nell’abbigliamento e profuma di pulito. Ha capelli lunghi e neri che le cadono ordinatamente sulle spalle, belle mani affusolate ed abbronzate. 
All’ anulare sinistro risalta un cerchio dorato fermato da un solitario. 
Penso che sto tornando. Sono contenta. Finalmente riprendo le mie vecchie e rassicuranti abitudini ed è bello sapere che ho un luogo che mi aspetta.
Due giorni rubati. Due giorni per pensare a me, rifare il punto.  Avrei potuto pensare di più, riflettere, riorganizzare la mente, tuttavia non l’ho fatto.
Non ho voluto farlo. Ho fermato la mente. Ad un tratto, più niente. Ora non sento più niente.
Il vuoto. 
Ho smesso di sentire  il turbine che porto dentro. Il mare in tempesta, delle emozioni contrastanti, che in questi mesi mi ha travolta, ora si è placato.
La mia vicina mi comunica il suo disappunto per un treno asfissiante. Le sorrido distrattamente. Guardo fuori. Il telefono squilla di nuovo. Ancora, lascia che suoni  inesorabilmente. Questa volta neanche lo guarda.
Io continuo il mio viaggio. Gli alberi  corrono, mi salutano. Io li guardo e li lascio fare. A tratti chiudo gli occhi. Decido di lasciare andare. Lascio andare il paesaggio con le sue case, le montagne, le stazioni e le gallerie. I binari vuoti ed immobili, sempre fermi allo stesso punto. Paralleli al mio viaggio. Tutti uguali. 
Ora un fiume con i suoi bianchi ciottoli e poi ancora gallerie. Il suono delle rotaie bollenti, mi culla.
Lascio andare tutto ciò che vuole salutarmi. Non mi oppongo. Anche io saluto, non voglio trattenere nulla. Mi sento stanca. Le mani mi fanno male così come le braccia e le spalle.
Squilla ancora il telefono. Mi giro verso la mia vicina che mi guarda, mi sorride. Ha un bel sorriso. Il telefono squilla. Io ricambio il sorriso e lei dice: non si preoccupi, ora lo spengo. 
Intanto lo lascia squillare.
Dalla sua borsa di pelle rossa, con movimenti lenti e sicuri, tira fuori una custodia per occhiali da sole ed  un tubetto di crema per le mani alla calendula. Apre la custodia anch’essa di pelle rossa, è vuota. La poggia di fronte a sé. Il telefono smette.
Prende il tubetto di crema, lentamente lo apre e posa con delicatezza il tappo giallo di plastica. Preme con una leggera pressione la punta del tubo sul dorso della sua mano sinistra. Il telefono riprende a squillare. Inizia un massaggio delicato sulle mani. Prima l’una poi l’altra. Passa più volte. Le accarezza dolcemente,  le fissa, intanto il profumo della calendula si espande nelle mie narici e sembra riempire tutto il vagone. Il suono fastidioso si ferma dopo cinque squilli.
Massaggia le sue mani lentamente. Passa la crema tra le dita una per una.  
Il cellulare riprende la sua inutile funzione. Arriva all’anulare sinistro, delicatamente sfila gli anelli e li ripone nella custodia rossa degli occhiali che ripone nella borsa. Si sofferma su quel dito, ancora un ultimo massaggio sul segno che il tempo ed il sole hanno lasciato su di lui. Dopo altri cinque squilli il cellulare tace. Con molta cura chiude il tubetto di crema posandolo davanti a lei, poi come a  seguire un sacro rito che la comanda dall’ interno, prende il cellulare, scorre velocemente le chiamate ricevute e lo spegne.