Cerca

Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

Mese

aprile 2017

Amina

Nel fondo di una vecchia cassapanca di legno dal colore azzurro-mare, insieme a vecchi maglioni di lana infeltrita, ho trovato una scatola di latta.
Devi sapere che è una di quelle vecchie scatole che una volta si usavano per contenere biscotti. E’ gialla con dei fiori rossi sul coperchio, un bordo dorato tutt’intorno.
L’ho aperta e dentro, immerse nell’odore di zucchero e vaniglia, ha mantenuto segrete vecchie foto e fiori di campo essiccati.
Ho guardato le foto e le ho tenute tra le mani, e anche i fiori, piccole margherite dalla forma schiacciata.
Ho annusato il prato dove erano state colte oramai, due vite fa.
Un tuffo, nel fieno che odorava di mentuccia e una corsa leggera in  quel campo.
Mi sono lasciata scaldare dal sole che infiammava i visi ed i cuori, e portare in volo dalla brezza che  sussurrava  grandi imprese da vivere.
Ho pensato al tempo, al tempo passato ed il cuore si è gonfiato di malinconia.
Il tempo, che ora mi è nemico, allora lo sentivo alleato.
In una scatola di ricordi troppo piena, oggi ho trovato la nostalgia.
L’ho avvolta intorno al collo come un foulard.
Vicina al cuore e al naso,  per sentirne
l’odore ogni tanto. Per farmi tenere compagnia, quando la solitudine bussa alla porta.
Per portarla a spasso, orgogliosa di averla come amica.
La scatola poi, l’ho richiusa delicatamente e posta di nuovo sul fondo del baule.
Se vuoi, puoi cercarla anche tu. 
Forse potrebbe ricordarti qualcosa, chissà.

Emanuela 

116 sonettoWilliam Shakespeare

Non sia mai ch’io ponga impedimenti all’unione di anime fedeli; Amore non è Amore se muta quando scopre un mutamento o tende a svanire quando l’altro s’allontana. Oh no! Amore è un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; è la stella-guida di ogni sperduta barca, il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza. Amore non è soggetto al Tempo,pur se rosee labbra e gote dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio: se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.        

Respira e cammina


Cammina, respira e lascia entrare la luce.
Cammina nel silenzio che hai fatto dentro, lascia che il tuo Dio entri e riposi un po’ con te.
Lascia che apra la porta chiusa. Ora ascolta.
Lascialo parlare nella leggera brezza, nel canto dei passeri. Lascialo parlare. Riesci a sentire?
Un ronzio di un’ape, il fruscio di una piccola lucertola.
Tu respira con l’insieme che ti circonda.
 Respira il Suo respiro. Ascolta.
 È qui ora, seduto accanto a te.
Respira, profondamente, lascia andare e regalati la pace.

Narciso, Narciso


A volte, in certi periodi particolari,  il nostro corpo non ci piace. 

Certe volte, guardando allo specchio  il nostro naso, appare troppo grosso oppure, troppo piccolo. Troppo lungo oppure, troppo corto.

Labbra troppo fine, troppo carnose, troppo!

Se poi,  lasciamo scendere lo sguardo verso il basso, sia donne che uomini ci riserviamo  lo stesso misero giudizio negativo. Troppo! Troppo piccole, grosse, corto, troppo lungo! In ogni caso, troppo. 

Troppo alti, troppo bassi. Troppo,  non ci piace. 

A volte siamo tentati di pensare che,  una piccola risistemata, non  potra’ farci alcun  male. 

Ritoccare qualcosa, quello che si può;  rifare tette, naso, labbra e  chi più ne ha,  più ne metta. 

A volte, tuttavia, il risultato finale non è sempre quello sperato.

Eliminare un difetto, quello che noi riteniamo tale, infatti, raramente ci “perfeziona”. 

Modificare ciò che la natura ci ha donato provoca un cambiamento soprattutto,  di  equilibrio interno. 

A volte, perfezionare un seno può renderci incapaci di nutrire, modificare delle labbra, incapaci di baciare veramente. Raddrizzare dei denti ad esempio, può modificare  un sorriso a tal punto,  da farlo diventare un ghigno. 

Si perde così,  la capacità di sorridere o, ancora meglio, di ridere di noi stessi, dei nostri guai. Dei nostri difetti, magari anche dei nostri problemi economici.

Perdiamo la capacità di vedere oltre il nostro naso.  Abbiamo la necessità vitale di vedere il nostro riflesso”perfetto” negli occhi degli atri.  Non guardare oltre il nostro minuscolo orizzonte, però ci fa perdere l’orientamento, il senso.

 Narciso, Narciso…

Non esiste cambiamento che non “trasformi”. 

La trasformazione “sana” è sempre verso la realizzazione piena della persona.

A noi stabilire come “trasformarci” per renderci persone migliori, profondamente e non soltanto piacenti, esteriormente.

Buon “ritocco”a tutti/e.

Anna

 

Guarda il piatto davanti a sé, immobile. È seduta sulla vecchia sedia verde di paglia della cucina, mentre avverte scorrere via la vita. Bianco, con due giri di oro intorno, il piatto la sfida inesorabilmente, muto e freddo.

Lo stomaco serrato le fa un male cane. A nulla serve piegarsi leggermente in avanti per placarlo.

Un nodo fisso le chiude la  gola da giorni. “Chi l’ ha detto che mangiare fa bene?” Pensa, serrata in un silenzio urlante.

Un arcipelago di cibo, diversamente colorato, fa da contrasto al bianco della porcellana che lo contiene. Sa che dovrebbe mangiare, tentare almeno, forzare quel nodo, affrontare quel dolore che  stritola lo stomaco. Il turbinio di pensieri che la invade la immobilizza. La mano che tiene la posata di acciaio gelido non ne vuole sapere di affrontare il viaggio per raggiungere la bocca.

Le tornano in mente immagini, come in un film già visto. Fotogrammi della sua vita passata.  Il  dolore affonda gli artigli nelle sue interiora. L’angoscia che prova  la vuole mangiare, divorare.  La lascia fare.

Parole e figure le implodono vorticosamente nella testa: arrivano come un pugno al centro del  petto, sotto lo sterno. Il piatto è ancora lì, con tutte le sue varietà, con tutte le sue possibilità di vita.

Si alza lentamente dalla sedia, e tenendosi stretta al suo stomaco, si dirige in silenzio verso il bagno.

 

Amnesia

Ho dimenticato il nome che mi davi.

Ho dimenticato il tuo sguardo mentre mi chiamavi.

Ho dimenticato le parole che pronunciavi mentre ti amavo.

L’eleganza del riccio

E se la letteratura fosse una televisione in cui guardiamo per attivare i neuroni specchio e concederci a buon mercato i brividi dell’azione? E se, peggio ancora, la letteratura fosse una televisione che ci mostra tutte le occasioni perdute? 

(Paloma, p. 97)

L’eleganza del riccio

Muriel Barbery 

Emma

Il treno che mi riporta a casa sta correndo sui binari. Dal finestrino vedo fuggire  alberi, case e montagne. Si allontanano così velocemente, che quasi non riesco a distinguere le une dalle altre.
Sono stanca e un po’ assonnata. La mia vicina, seduta accanto a me lascia squillare a lungo il suo smartphone. Lo prende, lo gira, lo guarda  e lo posa sul tavolinetto di fronte. A quanto pare non intende rispondere. È curata nell’abbigliamento e profuma di pulito. Ha capelli lunghi e neri che le cadono ordinatamente sulle spalle, belle mani affusolate ed abbronzate. 
All’ anulare sinistro risalta un cerchio dorato fermato da un solitario. 
Penso che sto tornando. Sono contenta. Finalmente riprendo le mie vecchie e rassicuranti abitudini ed è bello sapere che ho un luogo che mi aspetta.
Due giorni rubati. Due giorni per pensare a me, rifare il punto.  Avrei potuto pensare di più, riflettere, riorganizzare la mente, tuttavia non l’ho fatto.
Non ho voluto farlo. Ho fermato la mente. Ad un tratto, più niente. Ora non sento più niente.
Il vuoto. 
Ho smesso di sentire  il turbine che porto dentro. Il mare in tempesta, delle emozioni contrastanti, che in questi mesi mi ha travolta, ora si è placato.
La mia vicina mi comunica il suo disappunto per un treno asfissiante. Le sorrido distrattamente. Guardo fuori. Il telefono squilla di nuovo. Ancora, lascia che suoni  inesorabilmente. Questa volta neanche lo guarda.
Io continuo il mio viaggio. Gli alberi  corrono, mi salutano. Io li guardo e li lascio fare. A tratti chiudo gli occhi. Decido di lasciare andare. Lascio andare il paesaggio con le sue case, le montagne, le stazioni e le gallerie. I binari vuoti ed immobili, sempre fermi allo stesso punto. Paralleli al mio viaggio. Tutti uguali. 
Ora un fiume con i suoi bianchi ciottoli e poi ancora gallerie. Il suono delle rotaie bollenti, mi culla.
Lascio andare tutto ciò che vuole salutarmi. Non mi oppongo. Anche io saluto, non voglio trattenere nulla. Mi sento stanca. Le mani mi fanno male così come le braccia e le spalle.
Squilla ancora il telefono. Mi giro verso la mia vicina che mi guarda, mi sorride. Ha un bel sorriso. Il telefono squilla. Io ricambio il sorriso e lei dice: non si preoccupi, ora lo spengo. 
Intanto lo lascia squillare.
Dalla sua borsa di pelle rossa, con movimenti lenti e sicuri, tira fuori una custodia per occhiali da sole ed  un tubetto di crema per le mani alla calendula. Apre la custodia anch’essa di pelle rossa, è vuota. La poggia di fronte a sé. Il telefono smette.
Prende il tubetto di crema, lentamente lo apre e posa con delicatezza il tappo giallo di plastica. Preme con una leggera pressione la punta del tubo sul dorso della sua mano sinistra. Il telefono riprende a squillare. Inizia un massaggio delicato sulle mani. Prima l’una poi l’altra. Passa più volte. Le accarezza dolcemente,  le fissa, intanto il profumo della calendula si espande nelle mie narici e sembra riempire tutto il vagone. Il suono fastidioso si ferma dopo cinque squilli.
Massaggia le sue mani lentamente. Passa la crema tra le dita una per una.  
Il cellulare riprende la sua inutile funzione. Arriva all’anulare sinistro, delicatamente sfila gli anelli e li ripone nella custodia rossa degli occhiali che ripone nella borsa. Si sofferma su quel dito, ancora un ultimo massaggio sul segno che il tempo ed il sole hanno lasciato su di lui. Dopo altri cinque squilli il cellulare tace. Con molta cura chiude il tubetto di crema posandolo davanti a lei, poi come a  seguire un sacro rito che la comanda dall’ interno, prende il cellulare, scorre velocemente le chiamate ricevute e lo spegne.

Blog su WordPress.com.

Su ↑