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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

Mese

marzo 2017

Serena

Era in piedi davanti alla porta della cucina. Stava dicendo che doveva andare via, che io non c’entravo niente. Ci sarebbe sempre stato per me, diceva. Non sarebbe cambiato niente, non dovevo farne un fatto personale. Ma che voleva dire? Lo guardavo mentre parlava, ma stentavo a riconoscerlo. Aveva in una mano la borsa con i pochi vestiti che portava via e dall’altra, la chiave di casa che intendeva lasciare.
La voce era bassa, lenta, quasi una cantilena, il viso rosso.
Quello che parlava, davanti a me, non era mio padre ne ero certa. Era un uomo, che aveva soltanto l’aspetto di quello che, neanche tanto tempo fa, mi teneva stretta la mano, mentre passeggiavamo lungo un sentiero di montagna.
Continuava a parlare, giustificando la sua scelta. Lasciava mia madre. L’amore finisce, questo diceva, mentre oramai non ascoltavo già più.
Tutto abbastanza normale, nessun dramma. L’amore finisce e ogni fine trascina sempre tutto con sé.
L’amore finisce e un altro amore, chiama a vivere altrove. Mentre lui mi parlava, io mi sorpresi a  ragionare proprio su questo. Intanto la pentola aveva iniziato a bollire sul fuoco. Il pranzo era quasi pronto. Mia madre sarebbe rientrata dal lavoro, da lì a poco.
Guardavo, mio padre, in quel momento uno sconosciuto e non potevo fare a meno di sentire un profondo senso di abbandono misto a delusione.
L’amore finisce. È così.
Sarebbe finito anche il mio per lui? Quando?
Queste erano le domande che mi ponevo, mentre lui chiudeva la porta di casa alle sue spalle.

Oceano mare

Non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada. E tu la tua. Io non è che volevo essere felice, questo no. Volevo… salvarmi, ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare: dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente: il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti. No. Sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera. Tu stai con loro, e ti salverai. Però troppo tardi l’ho capito. Se le dai tempo, alla vita, lei si rigira in un modo strano, inesorabile: e tu ti accorgi che a quel punto non puoi desiderare qualcosa senza farti del male. E’ lì che salta tutto, non c’è verso di scappare, più ti agiti più si ingarbuglia la rete, più ti ribelli più ti ferisci. Non se ne esce. Quando era troppo tardi, io ho iniziato a desiderare. Con tutta la forza che avevo. Mi sono fatta tanto di quel male che tu non puoi nemmeno immaginare.
Alessandro Baricco

Giulia

L’insieme

 

Il paesaggio invernale di un boschetto ai margini di una piccola città, in questa stagione, ha il suo fascino. Tuttavia, esso è destinato a cambiare con l’arrivo inarrestabile della Primavera.

Sui rami apparentemente secchi e senza vita, oggi iniziano a nascere nuovi germogli.

La pianta, in questo modo rinnova se stessa attingendo, dal suo sistema radicale, linfa vitale.

Ogni pianta affonda nel profondo della terra le proprie radici. Esse sono la pianta stessa, una sua estensione.

Il terreno grazie all’umidità dell’ambiente, all’humus che si è venuto a formare, grazie anche a parti di lei oramai secche e cadute, viene rigenerato continuamente.

Allora nessun terreno è troppo arido da non poter essere nutrimento per lei.

La pianta è in grado di trovare nuovo vigore grazie a tutto quello che perde.

Non succhia vita da altre. Essa  non può snaturare la sua natura cambiandola con quella di un parassita, di un fungo. Il fungo è fungo. La pianta è pianta.

Il bosco che la ospita, allora muta.

La magia del bosco è proprio questa; un sistema  completamente autonomo ed allo stesso tempo armonico, in grado di accogliere

l’ inevitabilmente cambiamento con l’alternarsi delle diverse stagioni, senza smarrire per questo l’ordine e la natura.

Cammino lentamente senza perdere di vista l’insieme del bosco, l’insieme, con me stessa dentro.

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