C’era una volta,

una piccola casa al margine di un  bosco di faggi.

Nel villaggio  vicino, si diceva, che  fosse magica,  tuttavia poche persone sapevano esattamente il perché.

Viveva lì, un vecchio fornaio che, nella sua bottega,  era solito, tra un impasto e l’altro, raccontare a chi ne avesse avuto voglia  la vera storia della casa. Il fornaio si chiamava Tony, era vecchio e magro, due enormi baffi bianchi attaccati sotto un  nasone bitorzoluto, alto poco più del suo tavolo da lavoro. Ma molto forte di braccia.

Malgrado il fornaio fosse  disponibile a raccontare, sempre meno  persone si fermavano ad ascoltarlo, frettolosamente ordinavano quanto volevano e poi fuggivano via. Il contadino doveva correre a seminare, il pastore correre  a badare al gregge, la massaia correva via per  riordinare la casa  e così via: nessuno aveva più tempo di ascoltare la storia. Così il povero fornaio Tony, giorno dopo giorno, perse  la voglia di raccontare. Se ne stava tutto il giorno in penombra,  tra  sacchi  di farina e  impasti, a rimuginare i suoi pensieri.

Un giorno, mentre era intento a travasare la farina da un sacco all’altro, arrivò nella sua bottega un piccolo bambino dai capelli biondi come il grano  e dai magnifici occhi azzurri. La pelle era chiara come la luna. Il bimbo, vestito semplicemente, sbucò da dietro il bancone di Tony e si presentò:

<Salve signor  fornaio, mi chiamo Miro,  abito con la mia nonna  vicino allo stagno delle Tre Oche, dice di pregarvi   di raccontarmi la storia della casa magica ai margini del bosco. >

Il fornaio Tony, si voltò lentamente. Lo esaminò tutto, senza fretta si girò di nuovo e continuò il suo lavoro senza dire una parola.

Il piccolo  senza perdersi d’animo continuò:

< La nonna dice che solo voi potete farlo.>

Il fornaio ebbe un sobbalzo  tuttavia, continuando a fare ciò che stava facendo  senza voltarsi, tuonò:

< Non tentare di adularmi, ragazzino. Adesso non ho tempo, non vedi che ho da fare?>

<Signore  vi prego,>insistette il bambino, con voce ferma, guardandosi intorno < se mi accontenterete farò dei piccoli lavori qui in bottega per voi  in cambio. Non dovreste pagarmi.>

Tony si voltò a guardarlo, pensò che era proprio un bel bambino,  che la vecchia nonna era fortunata ad avere un ragazzo  con lei. Eppure  disse: < E’ tanto che nessuno mi chiede più di raccontare quella storia. Nessuno ha avuto più voglia di ascoltare  da tanto tempo ed io ora, sono  troppo vecchio, non ho più la memoria di allora. Mi dispiace, non posso aiutarti ragazzo>.

Il fornaio, si  arrotolò   le maniche della camicia logora sulle braccia ossute e riprese il lavoro.

Miro sconsolato abbassò  gli occhi, il vecchio fornaio non aveva proprio intenzione di aiutarlo.

Mentre stava  per  uscire dal negozio, da sotto ad uno di quei sacchi di farina, sgusciò fuori un piccolo topolino grigio. Veloce come il lampo, corse verso il bambino e si arrampicò sulla scarpa del  suo piede sinistro e iniziò a gesticolare con le sue piccole zampette anteriori. Il ragazzo niente affatto spaventato,   rimase, piuttosto, un pochino stupito dall’energia del piccolo ratto.   Il sorcetto cominciò a  tirare le stringhe della sua scarpa e a  fare come per indicargli l’uscita dalla bottega.

Il bambino guardò il vecchio che imperterrito continuava  a  versare farina da un sacco all’altro e che sembrava  non accorgersi di nulla.  Miro guardò di nuovo giù per accertarsi di non sognare. Il  piccolo topo era ancora lì, sulla sua scarpa che continuava  a tirare le stringhe  e ad  indicargli l’uscita.

<Ehm, allora io andrei. Ehm, la  saluto signore. Ehm, arrivederci signor fornaio.>

<Addio>gli rispose lui secco.

Miro uscì dalla bottega trascinando quasi il piede, attento a  non far cadere il topolino e a non perderlo di vista. Non si accorse che il fornaio si era intanto voltato  a guardarlo e che da  sotto i baffoni bianchi,  sbucava uno strano sorriso.

Il topolino si tenne forte alle stringhe. Miro arrivò  fin dietro l’angolo del negozio dove nessuno poteva vedere la scena.

<Ragazzo,  ne hai messo di tempo a capire! Cosa  ci vuole un interprete? E’ un’ora che ti faccio cenno di uscire>.

Miro si guardò intorno, chi era  che parlava? Eppure, pensò, in  giro non c’era  nessuno, solo lui.

<Scusa, scusa, ehi, sono qui, guarda giù.>

Miro  guardò verso le sue scarpe.

<Sei tu  che parli?> Chiese Miro incredulo.

< Certo che sì, parlo anche.>Sottolineò  il topo

< Ah, ecco, dicevo, certo, parli anche.>

<Ho sentito che hai chiesto  della casa, di ascoltare la storia dal vecchio fornaio, io non  posso raccontartela, ma conosco la strada per andare lì.> Squittì allegro.

<La strada? Non immaginavo tanto, la nonna mi aveva detto solo di ascoltare la storia, non di andare alla casa.>

<Beh, la storia Tony oramai non la ricorda più. E’ da tanto che  noi aspettiamo questo momento. Ora sei arrivato, tu sei quello che giusto! Coraggio andiamo!>

Miro, ascoltò senza fare domande, non si chiedeva come mai un topo parlasse, e poi con quale fermezza  si rivolgeva ad un bambino  molto più alto di lui. Pensò,  proprio come facevano  gli adulti con i  piccoli. Ai suoi  occhi, tutto ciò sembrava la cosa più normale del mondo. Non pensava più alla nonna, non pensava a niente, solo  si ritrovò a dire: <Perché  aspettavate proprio me? Perché dite che sono quello giusto?>

Il topo lo guardò dal basso verso l’alto facendo  un gran sospiro, di quei sospiri arrendevoli  che, soltanto chi ha di fronte un emerito ignorante  può fare e poi  sentenziò:

< Tu sei il ragazzo che da tanto tempo aspettavamo. Capirai quando saremo arrivati alla casa,  per ora ti basti questo.>

 

Iniziò così, l’avventura di Miro e del piccolo topo alla scoperta dei segreti della casa ai piedi del bosco di faggi.

Camminarono, camminarono e camminarono ancora, accadde  che a Miro, la cosa  in principio, era parsa   poco difficile. A parole, sembrava una  facile avventura  partire al seguito del topo parlante e sembrava semplice raggiungere il limitare del bosco per raggiungere la casa. Ma ora, che la stanchezza iniziava a farsi sentire per la strada fatta, che non aveva con se  acqua e cibo e il pensiero della nonna preoccupata  per la sua assenza non lo lasciava, sentì di essersi  pentito  per  essersi lasciato coinvolgere da uno strano topo parlante ad iniziare questo viaggio. Ma perché erano partiti? Miro ora non lo ricordava più.

<Coraggio, lo so che sei stanco, ma questo viaggio è necessario>. Lo incitò il topo.

<Necessario, perché? Io volevo solo  ascoltare una storia. Perché mi ritrovo qui? Sono stanco, ho fame, ho sete,  voglio tornare a casa, ho freddo.>

Mentre diceva questo, gli occhi si riempiono di lacrime, pensava alla nonna e rimuginava;  chissà cosa stava facendo, come era preoccupata, e chissà quanto  si  sarebbe infuriata  con lui al  ritorno.  Questa volta una bella punizione non gliel’avrebbe proprio tolta nessuno, pensò. Sicuramente, una bella punizione non gliela avrebbe tolta nessuno questa volta.  Un vento gelido lo attraversava, che freddo. Le sue mani erano congelate ed i piedi anche. Il topo continuava  a correre davanti a lui ed ogni tanto si girava per accertarsi che lo seguisse.

<Dai ci siamo quasi. > Disse al ragazzo.

<Dove? Dove siamo  quasi ? Io non vedo nulla. Che posto è mai questo?> Chiese smarrito Miro.

<La Cascata dei Peri è oltre quella collina. E’ un luogo fantastico, lì potrai riposare un po’.>

Miro fece appello alle sue ultime forze, si fece coraggio e tornò a riprendere il ritmo dei suoi passi: uno, due, uno, due…

Arrivati ad un certo punto del sentiero questo sembrava dividersi  in una biforcazione, Miro si chiese velocemente se andare verso destra o sinistra, ma il topo era molto sicuro e veloce e prese  per andare a destra, Miro lo seguì.  Ad un tratto, senza che si accorgessero di nulla,  gli si parò davanti un enorme lupo bianco. Ma da dove era sbucato? Il terribile animale digrignò i denti e gli sbarrò la strada piazzandosi proprio in mezzo. Non aveva  nessuna  intenzione di farli passare.  Il ragazzino era spaventato,  Il cuore batteva forte  nella gola.  Miro non aveva  via di uscita, tornare indietro o affrontare l’enorme lupo bianco? Ma come? Lui non aveva armi, e poi era solo un bambino. Sentiva le  forze venir meno, solo tanta, tanta paura. Si fermò  immobile in mezzo alla strada. Il lupo lo fissò continuando  a mostrargli  enormi e terribili denti gialli, gli occhi del lupo si piantarono dentro  i suoi. Miro ansimava, sentiva le gambe cedere, ma era determinato a non tornare  indietro, sapeva , che se fosse scappato, il lupo lo avrebbe spaventato  sempre.  Prese una decisione, a costo della vita avrebbe affrontato la sua paura ed  il lupo. Deciso, fece un passo avanti,  e poi ancora un altro, ad ogni passo  si sentiva un po’ più forte. In quel preciso  momento il piccolo topo, si pose  in mezzo, tra lui ed il lupo.  Si alzò sulle due zampine posteriori e agitò le due anteriori di fronte all’animale. Miro non riusciva a credere ai suoi occhi,  era profondamente colpito dal coraggio del suo amico. Pensò, però  che avrebbe mangiato entrambi.

 

Accadde poi un fatto :  il lupo messo davanti a quella scena;  il topo piazzato  in mezzo a loro, il coraggio di Miro fisso sulle proprie  gambe senza staccargli gli occhi di dosso: chinò l’ enorme capo, stese una zampa  in avanti e  piegò indietro l’altra  facendo un elegante inchino. Il topo  allora fece  cenno al bambino  di seguirlo, Miro avanzò verso il lupo che restò nel suo saluto e passando oltre, presero il sentiero  di destra.

Dopo poco,  arrivarono così alla Cascata dei Peri.

C’era acqua limpida che si gettava in un magnifico lago azzurrognolo, frutta matura appesa agli alberi ed un morbido tappeto erboso su cui sdraiarsi.  Miro, mangiò e si dissetò e poi  sfinito, crollò in un sonno ristoratore. Al suo fianco, anzi accoccolato a fianco a lui, il piccolo topo. Di buon mattino i due ripresero il cammino. Miro, staccò qualche frutto da alcuni alberi stracarichi e li ripose nelle tasche dei pantaloni. La strada ora sembrava meno faticosa, i piedi correvano.

<Miro, ci siamo, manca poco alla meta> Lo incoraggiò il  piccolo amico.

Miro si sentiva forte, continuava a camminare di buona lena.

A mezzogiorno in punto, arrivarono in  una  radura,  videro da li la casa, la casa  per cui aveva iniziato questa  avventura  immersa in un bosco di faggi.

Miro era eccitato, finalmente dopo tanta fatica  erano giunti, lui ed il topolino avevano affrontato   la fame  la sete, il freddo,  il terribile lupo bianco ed ora erano  quasi arrivati. Corsero  veloci verso l’abitazione.  Si avvicinarono piano alla casa. Tutto intorno era silenzio. Il comignolo fumava,  segno che era abitata. Il cuore di Miro batté all’impazzata. La casa non  sembrava molto grande,  di colore bianco, posta su   due piani, con delle finestrelle molto piccole tinte di verde, la nonna avrebbe detto, verde inglese. Tutto intorno un bel giardino curato, piante di rose rosse  e di margherite gialle facevano da ingresso.  Miro si fece coraggio, si avvicinò ad una finestrella bassa. In punta di piedi  schiacciò il suo naso al vetro  per vedere dentro e… ciò  che vide fu proprio incredibile.

In un momento gli  passò  davanti tutta la vicenda; la nonna, il negozio del vecchio Tony, il topo parlante,  la fatica,  la paura avuta per l’incontro con l’essere più spaventoso, mai visto prima,  il terribile  lupo bianco, eppure questo non era  niente,  al pari di ciò che stava guardando ora.

 

All’interno della stanza, il camino scoppiettava. Alle pareti , di colore arancio,  appesi dei quadri ed al centro della stanza  un grande tavolo di legno di faggio.  La tavola era imbandita da cose che apparivano gustosissime;  dolci di tutti i tipi e forme,  montagne di panna e cioccolato, ciotole strabordanti  di crema, ceste cariche di  cibo altro, che lui non aveva, mai visto, eppure  sembra buonissimo.  Tuttavia, la cosa più strana, erano  i personaggi   che si muovevano  all’interno  in quella strana casa.

 

Leonesse, tigri, elefanti, giraffe tutte con i piccoli. Cani, gatti insieme ad  oche e anatre. Scimmie, canguri e altre specie di animali  femmine  mai viste veramente se non attraverso i libri di avventure che qualche volta riusciva a sfogliare  alla biblioteca della scuola. Tutte quelle femmine di animali erano nella casa. In ordine e composte.  Dalla sua posizione poi  vedeva la porta d’ingresso. Da lì entravano altre femmine  con i loro cuccioli.  Queste erano cariche  sul dorso,  di enormi ceste che contenevano: sassi , terra, sabbia,  pietre e tanto altro, ma   niente altro  che apparentemente  potesse  essere mangiato.

Entravano in ordine, una femmina alla volta seguita dal proprio piccolo, tutto si svolgeva in perfetto silenzio e massima calma, nessuna femmina  era  aggressiva con l’altra specie.  Entravano  nella stanza, ponendo  al centro dell’enorme tavolo le  pesanti  ceste e  il loro contenuto si trasformava magicamente  in cibo bello e buono. I sassi diventavano pane, la sabbia diventava carne, la terra diventava frutta succulenta, le pietre diventavano dolci  gustosi.

Questa scena vide il piccolo dalla sua  posizione di privilegio. Restò con la bocca spalancata, il naso premuto contro il vetro, senza parole a fissare quella scena.  Ad un certo punto ridestatosi dalla sorpresa si accorse di avere il piccolo topo sulla sua spalla che osservava, anche lui,   quella strana processione: <Che significa? Che cosa è questa casa? Come è possibile che animali così diversi, nemici terribili nel loro territorio, qui vivono in pace? E quelle ceste? Perché quello che non è apparentemente buono da mangiare poi lo diventa? >Disse pieno di dubbi  all’amico: <Ed io perché sono qui?>

Il piccolo topo guardandolo,  con incredibile  affetto,  gli rispose:<Ragazzo, ti è sembrato normale che un topo parlasse con te, ti è sembrato naturale iniziare un viaggio fidandoti di un ratto come  guida, non ti sei impressionato più di tanto dell’enorme lupo che si è perfino  inchinato a te, ed ora non sai dare una spiegazione a tutto questo? Devi sapere che questa è la Casa Magica. Qui arrivano da tutte le parti del mondo, femmine con i loro cuccioli da proteggere. Questo  è un luogo sicuro per loro e i carichi che portano sul dorso sono tutte le oscurità che hanno dovuto superare. Qui possono liberarsene, le pongono sulla tavola dell’Amicizia che le trasforma in prelibatezze da mangiare e tutti possono cibarsene. Ti stavamo aspettando da tanto con Tony,  perché, solo l’ingenuità e  la  curiosità di un bambino nel voler ascoltare una storia  a tutti i costi,  erano  in grado di conoscere tutto questo. Tutto è possibile ad un cuore puro.>

Miro sorrise e pensò, che splendido momento quando avrebbe di nuovo abbracciato la nonna. Gli mancava immensamente ora, il suo morbido abbraccio. E che magnifica esperienza, sarebbe stata ricercare qualcuno a cui  raccontare questa storia. Certamente l’avrebbe raccontata, senza dimenticarla neanche un po’, a  chi avesse avuto tempo di ascoltare, la vera storia della Casa Magica ai piedi del bosco di faggi e di chi la abitava.