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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

“Non ho smesso di pensarti,

vorrei tanto dirtelo.

Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,

che mi manchi e che ti penso.

Ma non ti cerco.

Non ti scrivo neppure ciao.

Non so come stai.

E mi manca saperlo”.

“Hai progetti?

Hai sorriso oggi?

Cos’hai sognato?

Esci?

Dove vai?

Hai dei sogni?

Hai mangiato?”.

“Mi piacerebbe riuscire a cercarti .

Ma non ne ho la forza.

E neanche tu ne hai.

Ed allora restiamo ad aspettarci invano”.

“E pensiamoci. E ricordami. E ricordati che ti penso, che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,

che scrivo di te.

E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.

Ed io ti penso ma non ti cerco”.

Charles Bukowski

“L’unico modo per far sì che noi donne ascoltiamo è sussurrarci all’orecchio.

Il punto G è nell’udito, chi lo cerca più in basso perde il suo tempo e anche il nostro.”

Isabel Allende -Afrodita-

Emanuela

Di due persone

che mi interessano fino ad un certo punto

una volta hai detto che si erano

innamorate reciprocamente.

Hai pronunciato le due parole come fosse niente

e infatti non era quasi niente

per me

la notizia

e però la forza di quel verbo e di quell’avverbio

usati vicini

mi ha fatto pensa girare la testa

e così da allora mi succede sempre

ogniqualvolta cocciuta che sono

voglio riuscire anch’io a pronunciarli

verbo e avverbio uno dopo l’altro

come fosse niente :

mi gira la testa pensa

resto lì incapace

stordita come un bambino da una lingua straniera.

Vivian Lamarque.

“Se tu mi avessi strappato il cuore

o tolto l’unico arto che mi fa male

o scollato tutte le mie giunture

non avrei sofferto tanto

come quando un giorno

disperato mi hai tolto la pelle dell’anima.”

Alda Merini

“Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?

Ad abbeverarsi ad un’acqua scritta

che riflette il suo musetto come carta carbone?

Perché alza la testa, sente forse qualcosa?

Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,

da sotto le mie dita rizza le orecchie.

Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta

e scosta

i rami generati dalla parola “bosco”.

Sopra il foglio bianco si preparano al balzo

lettere che possono mettersi male,

un assedio di frasi

che non lasceranno scampo.

In una goccia d’inchiostro c’è una buona scorta

di cacciatori con l’occhio al mirino,

pronti a correr giù per la ripida penna,

a circondare la cerva, a puntare.

Dimenticano che la vita non è qui.

Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.

Un batter d’occhio durerà quanto dico io,

si lascerà dividere in piccole eternità

piene di pallottole fermate in volo.

Non una cosa avverrà qui se non voglio.

Senza il mio assenso non cadrà foglia,

né si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.

C’è dunque un mondo

di cui reggo le sorti indipendenti?

Un tempo che lego con catene di segni?

Un esistere a mio comando incessante?

La gioia di scrivere

Il potere di perpetuare.

La vendetta d’una mano mortale.”

Wislawa Szymborska

Ridere è il segreto per sciogliere e nodi senza spezzarti le unghie!

Emanuela!

CUORE CERCATO, CUORE INOLTRATO…

Cosa ci spinge ad inviare un cuore “inoltrato”?

Un’economia dei gesti?

La contabilizzazione del tempo?

Un’azione meccanica?

La superficialità?

L’ azione di inoltrare un cuore probabilmente, parte da uno stimolo carino che finisce, per l’istintualita’ dello stesso, in un’ azione probabilmente opposta.

Quando agiamo in modo meccanico frettoloso, i gesti che produciamo non sono valorizzati, è come inoltrare un cuore, perdiamo l’Empatia verso noi stessi e verso gli altri.

Spesso ci lamentiamo che i nostri gesti non vengono apprezzati adeguatamente dimenticando che, la sola intenzionalita’ non basta.

Serve la coscienza di ciò che stiamo facendo. Serve di mettere “cuore”, quello vero, serve di indossare i panni dell’ altro.

I gesti arrivano tutti, come carezze o come pugni, dipende dallo stimolo e dall’intenzionalita’ di chi li invia, tuttavia chi li riceve ha la libertà di “prendere” in modo meccanico oppure, di rifletterci su.

Un cuore inoltrato si vede…

Emanuela

“È bello tornare

togliersi le scarpe.

Lavare via con l’acqua la polvere del lungo giorno.

Toccare nuda le pareti nude della casa.

Camminare come cieca tra i mobili, i libri, le lampade

come una cieca che possiede solo queste povere cose.

Dovrei sistemare le porte, ridipingere il soffitto

smerigliare gli specchi dove mi smarrisco

dove guardo una che non può scappare da nessuna parte

perché la casa è una torre che nessuno conosce

Meglio così

Mi basta quello che ho

Mie sono le formiche assorte

il percorso brillante delle lumache

la rana appena nata nel bagno di mia figlia

e questo lungo blues per dire il tuo nome

come un trofeo.”

Soledad Álvarez

Spero di riuscire a guarire da te.

Spero di riuscire a guarire da te uno di questi giorni. Devo smettere di fumarti, di berti, di pensarti. È possibile. Seguendo le prescrizioni della morale di turno. Mi prescrivo tempo, astinenza, solitudine.

Ti va bene se ti amo solo una settimana? Non è molto né poco, è abbastanza. In una settimana si possono riunire tutte le parole d’amore che sono state dette sulla terra e gli si può dare fuoco. Ti scalderò con quel falò dell’amore bruciato. E anche il silenzio. Perché le parole d’amore più belle si trovano tra le persone che non si dicono niente.

Bisogna bruciare anche quell’altro linguaggio laterale e sovversivo di chi ama. ( Tu sai come ti dico che ti amo quando ti dico: «Che caldo che fa», «Dammi l’acqua», «Sai guidare?», «Si è fatta notte»…Tra le persone, in mezzo alla tua famiglia e alla mia, ti ho detto «Si è fatto tardi», e tu sapevi che ti dicevo «Ti amo»).

Un’altra settimana per mettere insieme tutto l’amore del tempo. Per dartelo. Perché tu ne faccia quello che vuoi: conservarlo, accarezzarlo, buttarlo nell’immondizia. Non serve, è vero. Voglio solo una settimana per capire le cose. Perché tutto questo è molto simile a uscire da un manicomio per entrare in un cimitero.

Jaime Sabines Gutiérrez, poeta e politico messicano.

Morto il 19 marzo 1999.

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