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Il liberastorie

La narrazione che libera tutti

[…]Solo quando ci diamo anima e corpo, lo scorrere del tempo rallenta, anche se siamo impegnatissimi, perché a segnarlo non è il passo misurabile dagli orologi: il susseguirsi orizzontale dei secondi. L’amore apre la dimensione verticale del tempo, non misurabile, perché è durata: un secondo si dilata e diventa un secolo. Verticale è il tempo dell’artista impegnato nell’opera, verticale è il tempo della madre in attesa, verticale è il tempo delle relazioni vere, verticale è il tempo della preghiera, verticale è il tempo del lavoro appassionato, verticale è il tempo delle foglie più belle prima di cadere, verticale è il tempo delle carezze, verticale è il tempo del perdono, verticale è il tempo dato a un figlio o a un alunno anziché al cellulare… Il tempo verticale non divora, ma vola: indugiando se ne perde il senso dello scorrere proprio perché se ne vive profondamente il senso dello scorrere, anima e corpo uniti. Diventa nostro, non ci può essere più strappato.[…]

Da: -Tic Tac Tic Tac – Alessandro D’Avenia

“E devo diventare ancora più paziente. I sentimenti sono più profondi e grandi delle possibilità espressive ”

Etty Hillesum

Il deserto di un uomo moderno

Un uomo moderno si perde nel deserto.

Lo spietato calore del sole lo aveva esaurito.

Allora vide un’oasi ad una certa distanza.

“Una fata Morgana” pensò, “un miraggio che si burla di me”.

Si avvicinò all’oasi, ma essa non sparì.

Vide la palma dei datteri, l’erba e le pietre tra le quali sgorgava una sorgente.

“Naturalmente è uno scherzo della fame”, pensò “Naturalmente ora sento pure il gorgoglio dell’acqua. Un’allucinazione dell’udito! Come è crudele la natura”.

Con questi pensieri stramazzo’ a terra e morì.

Un’ora più tardi fu trovato da due beduini.

《Ci capisci qualcosa?》 Domandò l’uno all’altro, 《i datteri gli crescono quasi in bocca, e lui giace vicino alla sorgente, morto di fame e di sete!》

《Era un uomo moderno》 rispose l’altro beduino, 《non ci ha creduto》.

Da – Il Deserto – Pierluigi Torresin ( pag. 84)

“Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte che ho dato.”Wisława Szymborska

Aspetto

Il mondo sta bruciando e io con lui.

Immobile

sotto un sole che consuma

aspetto.

Il chiasso di un mondo spazzatura

arriva su binari infuocati e deserti.

Un treno sfeccia

urla e strappa i capelli.

Il frinire delle cicale ricorda la stagione

dell’ amore.

Un pazzo ride

con la bava alla bocca impreca un Dio che non vede.

Resto immobile.

Aspetto.

Aspetto che passa.

Aspetto che passi.

Emanuela

“C’era una volta un navigatore che fu investito da una tempesta.

Dopo molte ore di lotta per governare la sua barca, capì di aver perso la rotta e si arrese al destino di un naufragio. Decise, come ultimo atto della sua vita, di ritrovare la pace del cuore. Ricordò gli insegnamenti di un suo vecchio Maestro, che dopo tanto viaggiare aveva da tempo dimenticato. Chiuse gli occhi e, ignorando il fragore degli elementi, cominciò a respirare con calma, meditando.

Passò i rassegna la sua vita e ricordò l’amore ricevuto, il tempo spensierato trascorso con gli amici, la serenità delle ore passate immerso nella natura, i suoi gesti di cura per gli altri. E sorridendo, dimentico’ la violenza del vento e dei flutti che ancora scuotevano la barca.

Mentre i suoi pensieri lasciavano il posto a una sensazione di silenzio e di pienezza, l’uomo si sentì pronto ad abbandonare la vita scoprendo di non essere mai stato così sereno e appagato.

In quel preciso istante, anche la tempesta sembrò rispondere alla pace del suo cuore e all’improvviso si quieto’…”

Alberto Simone – La felicità sul comodino-

Sul camminare e altro ancora…

Devo ammettere che non è stato facile per me, comprendere il senso del camminare a piedi.

L’essenzialità della pedula, non sosteneva le mie pippe mentali.

Camminare permette la possibilità di rallentare così tanto che quasi si perde l’equilibrio, destabilizza un poco, presentando il conto rispetto alla posizione esistenziale che stiamo vivendo.

Camminare presuppone buone gambe, tuttavia non sono necessarie.

Si può camminare per conoscere, per sperimentare, per sport, per scommessa, per disperazione, per allontanarsi da posti o persone.

E altro ancora…

Per camminare certo serve la disponibilità a faticare, aspetto detestabile insieme al sudore, che inevitabilmente provoca muoversi a piedi.

Zaino in spalla, tuttavia ho imparato

che la fatica è parte di un processo necessario a raggiungere i tre gradi essenziali per una buona camminata; il benessere fisico, mentale e spirituale.

Sul benessere fisico e mentale non mi soffermo qui.

Rispetto allo spirituale, invece si.

Ciclicamente avverto il bisogno di ri- orientare la bussola, allora vado a camminare.

Non importa dove.

In silenzio, evitando grandi comitive.

E altro ancora…

Il silenzio esterno è relativamente semplice da raggiungere, allontanarsi un po’ dal centro abitato può aiutare, mentre decisamente più complesso è rendermi disponibile al silenzio interiore.

Per fare di un cammino una esperienza anche spirituale, non basta recarsi in un luogo spirituale.

E’ necessario diventare piccoli dentro.

Dove l’andare e l’ascoltare sono reciprocamente innamorati dello stupore del bambino.

E altro ancora…

La disponibilità ad ascoltare porta a fare attenzione a ciò che sento.

Non tutto ciò che sento è frutto di ascolto vero.

Questa consapevolezza permette di isolare il rumore che producono “pensieri e sirene”.

I pensieri sono mantra ripetitivi di frasi tossiche che rimbalzano dalla mente alla pancia, saltando il cuore.

Le sirene sono persone, uomini o donne, non fa differenza, disturbatrici pretenziose di esclusivo possesso.

Il loro richiamo affascinante, serve a solleticare il mio Ego affamato di pane e seduzione, pane e novità, pane e certezza, pane e visibilità.

Le sirene intonano una melodia raffinata, cantano l’illusione di placare la carestia con il cibo giusto.

Mutanti salvatrici inviano messaggi allo scopo di addomesticare, insinuano fretta alla strada.

E altro ancora…

Hanno in comune la pretesa di ipotecare la mia attenzione.

Confondono e fondono bisogni con alibi, creano un terreno fangoso che rende l’andare una pura illusione. Creando aspettative.

A chi non è capitato di macinare chilometri senza muovere realmente un passo dalla posizione di partenza? Oppure dove l’andare certifica la resa, in assenza di speranza, non la ricerca.

E altro ancora…

Quando decido di affrontare il sudore e la fatica mi rendo disponibile a rallentare, a far tacere le mie e altrui attese.

Inerpicandomi per un sentiero sconosciuto, scopro che tutto è molto più di me, della mia logica, delle mie parole.

Della mia piccola storia. Dove vita e morte si baciano ogni giorno.

Tutto ciò che abita questa dimensione ha un linguaggio proprio. Percepirlo, a volte, è così semplice da risultare inaccettabile.

E altro ancora…

Quando vinco la battaglia, che nasce dell’antica fame, guadagno la dimensione del silenzio che cresce in assenza di bisogni.

Camminare, allora, diventa atto spirituale, preghiera. Diventa denso di scopo.

Uno strumento per nutrire l’anima.

Perché camminare sazia.

E altro ancora…

Camminare come visione ampia, di vicinanza al divino, quello che abita il fuoco, l’acqua e tutte le creature, la tribolazione, la luna e le stelle, i figli, le case.

I bambini già nati e quelli che nasceranno.

Quelli che non cresceranno mai.

Il divino che abita il respiro e vince la morte.

L’ Amore che io chiamo Dio Padre.

E forse anche mi sfiora.

In un dialogo muto e lento, fatto di brezza leggera.

E altro ancora…

Emanuela

“Ciò che resta è la lingua della poesia. Una lingua che non dice nulla ma chiama. Il vocativo è quella parte della lingua che non dice nulla ma chiama, anzi interrompe il quotidiano, crea una rottura, è una parte della lingua che non cade nel discorso… Chiama ciò che si perde, ciò che si è perduto, e ciò che si perde è di dio“.

Giorgio Agamben

“Avere una vocazione nel suo significato originario vuol dire essere guidati da una voce. La voce interiore è la voce di una vita più piena, di una coscienza ulteriore più ampia. Nella voce interiore, l’infimo e il sommo, l’eccelso e l’abietto, verità e menzogna spesso si mescolano imperscrutabilmente, aprendo in noi un abisso di confusione, di smarrimento e di disperazione. L’uomo che, tradendo la propria legge, non sviluppa la personalità, si è lasciato sfuggire il senso della propria vita.”

Carl Gustav Jung

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